Federica non ce l’ha fatta «Uccisa in sala operatoria chi ha sbagliato ora parli»

L’appello dei genitori della sedicenne vittima di un black out durante un intervento. Ieri s’è spenta dopo 7 giorni di coma

da Cosenza

Non ce l’ha fatta Federica Monteleone, la studentessa di 16 anni entrata in coma venerdì scorso durante un black out in sala operatoria. I medici dell’ospedale «Annunziata» di Cosenza dove la ragazza era ricoverata da una settimana, dopo il trasferimento dal nosocomio di Vibo Valentia, ne hanno dichiarato ieri la morte cerebrale. La notizia è giunta ieri mattina, proprio quando i suoi compagni di classe, la seconda F del liceo scientifico «Berto» di Vibo, erano arrivati all’ospedale per farle visita. I ragazzi, raccolti davanti all’ospedale, non hanno potuto trattenere tutta la loro disperazione. Federica era stata ricoverata a Vibo per essere sottoposta a un banale intervento di appendicectomia. Ma qualcosa non aveva funzionato. Durante l’operazione la corrente è andata via e l’autorespiratore dal quale la ragazza era assistita si è fermato. Un blocco dovuto, pare, a un incredibile errore: il mancato collegamento della macchina al gruppo di continuità (proprio ieri è emerso che l’elettricità era mancata anche in un’altra sala, ma senza conseguenze). Per diversi minuti, Federica era rimasta senza ossigeno, entrando in coma. I genitori hanno autorizzato l’espianto degli organi, che verrà effettuato però solo se compatibile con le esigenze delle indagini. Sul caso, infatti, è stata aperta un’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica vibonese: tecnico di sala e anestesista sono stati iscritti al registro degli indagati. Ora l’imputazione diventa omicidio colposo.
«Vogliamo sapere che cosa è successo quel giorno in ospedale. Abbia il coraggio di venire allo scoperto chi ha commesso l’errore, così ci mettiamo l’anima in pace». Così il papà di Federica, Pino, e la madre Maria Sorrentino, si sono rivolti al ministro della Salute Livia Turco giunta ieri all’ospedale di Cosenza. Ad accompagnare il ministro proprio ieri in visita in Calabria dopo la pioggia di polemiche sullo stato della sanità regionale, il presidente della giunta regionale Agazio Loiero, che alle dichiarazioni di solidarietà di prammatica ha aggiunto: «L’unica cosa che mi sento di dire è che chiederò, che il nuovo ospedale di Vibo che, come discusso con il ministro Turco andremo a realizzare, porti il suo nome».
Una buona intenzione che non sembra bastare a placare le accese polemiche che su questo caso non sono mai cessate e le accuse per lo stato di degrado degli ospedali calabresi. Critico Maurizio Gasparri, esponente di spicco di Alleanza nazionale, secondo cui «la fine di una vita è un prezzo troppo alto da pagare per l’incuria e la totale assenza di responsabilità da parte di chi amministra vergognosamente la sanità calabrese». Da qui la richiesta di dimissioni dei vertici della sanità regionale e della stessa giunta. Anche dal centrosinistra si sono levate voci non tenere: «Questo ennesimo e agghiacciante caso di malasanità in Calabria - ha detto Giacomo Mancini dello Sdi - deve essere l’ultimo. È l’impegno solenne che devono prendere i rappresentanti del governo regionale davanti a tutti i calabresi».
Intanto ci sono novità su un altro caso di malasanità registrato questa volta in Puglia. Tre medici sono finiti nel registro degli indagati per l’omicidio colposo un ex finanziere. L’uomo, Luigi Latino, di 46 anni, era deceduto mentre si stava sottoponendo a una risonanza magnetica nella clinica «Salus» di Brindisi. Si tratta del radiologo della clinica Antonio Di Palma, l’anestesista Vincenzo Rizza e il medicopersonale di Latino, Giampaolo D’Onofrio, che aveva prescritto l’esame al suo assistito.