Federica, tutta la gavetta di una figlia d’arte

«Crescere significa strutturarsi e andare quasi sempre all’estero»

Fisicamente Federica Guidi assomiglia molto al padre, ovviamente più famoso non solo per il nome di battesimo fuori dal comune, Guidalberto, ma anche per essere al vertice della Ducati Energia, essere stato presidente dell'Editoriale de Il sole-24 ore e addirittura per quasi dieci anni vicepresidente della Confindustria (un po' con Abete, poi con Fossa, quindi con D'Amato). La stessa forma degli occhi, lo stesso taglio della bocca, lo stesso naso. Ma Federica gli assomiglia anche nel modo di ragionare. E lo riconosce: «Siamo molto simili». Quindi è testarda come il padre, è ambiziosa come il padre, vuole fare bene come il padre. Del resto, essendo figlia unica, lei ha avuto sempre, ammette, «un approccio maschile con la vita dell'azienda». L'unica differenza, se vogliamo, è che lui è più diretto nei rapporti mentre lei, da pochi mesi vicepresidente dei Giovani imprenditori della Confindustria, ancora non lo è. Ma in compenso sa arrossire.
Ottanta chilometri al giorno. Caschetto di capelli biondi alla maschietto, in azienda quasi sempre in pantaloni, single per l'anagrafe, Federica Guidi può permettersi di dire gli anni che ha: trentasei, essendo nata a Modena nel 1969. Vive ancora con i genitori (papà e mamma Alessandra, Alessandra Bussi) in una villa tra Bologna e Modena, a Montale di Castelnuovo Rangone, fa poca vita mondana, ama quasi alla follia i suoi cani, pastori tedeschi e golden retriver, ed è un dramma quando ne muore uno come in questo periodo, si alza alle cinque e mezzo del mattino per correre in casa su un tapis roulant, per il lavoro si fa ogni giorno in auto quaranta chilometri all'andata e quaranta al ritorno se non è in giro per il mondo, fuma e le piace il caffè, ha già il piglio del comando anche se papà Guidalberto si tiene stretti stretti i posti di maggiore responsabilità in azienda. Questione di tempo, anche lui lo sa... In estate qualcuno ha domandato a Federica: quando la vedremo amministratore delegato dell’azienda di famiglia? E lei, molto seriamente: «Spero presto».
Una carriera tutta dal basso. Laurea in giurisprudenza a Modena, master a Bologna, prima esperienza professionale in Rolo Finance, la merchant del gruppo Rolo Banca, Federica entra alla Ducati Energia nel '97. E inizia quella che definisce «una carriera tutta dal basso». Insomma, niente corsie preferenziali. O quasi. «Ho fatto persino le fotocopie», racconterà. Ed eccola prima nel settore della produzione, poi all'ufficio tecnico, quindi al commerciale, all'amministrazione, anche in magazzino a fare l'inventario. Ora è responsabile dell'ufficio acquisti e della logistica. Un percorso a tappe, ufficio dopo ufficio, per conoscere i vari aspetti di un'azienda perché la successione, afferma, «non avviene per diritto ereditario ma si conquista sul campo». E nel caso della Ducati, tra i primi cinque al mondo e tra i primi tre in Europa nei condensatori, il campo è bello tosto. Questo è infatti un gruppo composto da quattro società, tutte autonome tra loro: Ducati Energia, che fa anche da capogruppo, Ducati Sistemi, Ducati Romania, Ducati Croazia. In totale 650 dipendenti di cui 330 in Italia, 250 in Romania, 70 in Croazia, un fatturato di cento milioni di euro dovuti per il 45% dai condensatori, condensatori di tutti i tipi, per il 35% dai generatori, vale a dire sistemi di accensione elettronica per motocicli ma anche per motoseghe e motoslitte, per il 20% dai sistemi per avere biglietti automatici, per le colonnine di soccorso impiegate nelle autostrade, per il controllo della sicurezza nei trasporti ferroviari o per regolare l'accesso urbano ed extraurbano.
L'export è molto alto, incide per l'80%. Questo spiega, chiarisce Guidalberto Guidi, «perché abbiamo dovuto delocalizzare». E Federica di rincalzo: «Per restare competitivi dobbiamo avere un basso costo del prodotto. Quindi un basso costo della manodopera. In Italia il costo varia dai 18 ai 21 euro, in Croazia è di poco superiore ai tre, in Romania è inferiore a un euro». Chiaro. Molto chiaro, anche per Epifani, Cgil.
Tutto inizia negli anni Ottanta. La Ducati Energia entra nell'orbita della famiglia Guidi a metà degli anni Ottanta quando Guidalberto, modenese del 1941 con una laurea in legge e varie esperienze da dipendente e persino da insegnante di lettere alle medie, decide a un certo punto di correre in proprio fondando insieme a un gruppetto di amici bolognesi, da Giuseppe Gazzoni Frascara a Gianni Martini sino a Gianandrea Rocco di Torrepadula, la Finanziaria generale felsinea. Per fare che? Quelle operazioni di venture capital che in quegli anni sono in pochi in Italia a portare avanti: comprare aziende con l'affanno, rimetterle in sesto e quindi riproporle sul mercato. Finché Guidi, al quale non dispiace essere ricordato come un antesignano in questo campo, si ritrova con la Ducati Energia, un'impresa nata nel lontano 1926 con una forte specializzazione nell'elettromeccanica e nell’elettronica. E non la molla. Anzi, se la cura come se l'avesse davvero fondata lui. E in vent'anni la porta, aprendo anche stabilimenti in Romania nel 2000 e in Croazia nel 2003, a essere tra le prime cinque al mondo e le prime tre in Europa. Oggi il controllo del gruppo è sempre in mano alla Finanziaria generale felsinea (e all'interno della finanziaria la famiglia Guidi detiene il 60%) mentre la minoranza è della Intek, la società di Vincenzo Manes, lo stesso che è entrato nella Smi degli Orlando. Un'azienda blasonata finita con la morte di Enrico Cuccia.
Una strada obbligata. Dice Federica: «Stiamo assistendo a una mutazione genetica del capitalismo italiano». Evviva la sincerità. E aggiunge: «Per competere servono innovazioni e maggiori dimensioni rispetto alle attuali. Crescere significa strutturarsi e andare quasi sempre all'estero. Per noi la delocalizzazione è così una strada obbligata, necessaria. Ma in Italia restano il cervello e la ricerca». Per un'azienda come questa la ricerca è fondamentale, tanto è vero che assorbe il 10% del fatturato. A Bologna, dove c'è il quartiere generale della Ducati Energia su un'area di quarantamila metri quadrati, è da tempo operativo il centro di ricerche che, con una quarantina di ingegneri, si occupa dell'applicazione del prodotto. Ma con l'inizio del 2006, spiega Federica, «sarà a pieno regime anche il centro di ricerche che sta sorgendo nella zona di Trento e che si occuperà, con una ventina di ricercatori, di quello che la Ducati Energia farà da grande nel campo dei condensatori e generatori».
Lo sbarco in India. La strategia per il futuro della Ducati Energia è quindi abbastanza semplice: cervello e ricerca in Italia mentre lo sviluppo produttivo sarà all'estero. E infatti nell'arco di qualche settimana sarà conclusa l'acquisizione in India di un'azienda con competenze nell'elettronica e nella meccanica situata a duecento chilometri da Bombay in quello che è conosciuto come il distretto dell'automotive e della motoristica. Spiega Federica: «Entriamo nel mercato indiano che è molto importante: il totale delle due ruote non arriva in Europa al milione di pezzi, l'India dispone invece di un parco di ben sette milioni di pezzi. Nei prossimi cinque anni vi investiremo dai 4 ai 5 milioni di euro, realizzando prodotti più evoluti come l'iniezione elettronica per limitare l'inquinamento atmosferico». Perché l'India e non invece la Cina? E qui interviene Guidalberto: «Abbiamo a Shanghai un ufficio in joint venture con altre due aziende emiliane del settore per vendere l'iniezione elettronica per i motori a due ruote. Ma ritengo che la Cina rappresenti ancora un investimento ad alto rischio». Ancora una volta Guidalberto si muove controcorrente. E Federica gli va a ruota.
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