«Fedra» disperata e tragica custode del desiderio d’amore

Valentina Fontana

Fedra disperata, struggente, passionale, Fedra innamorata, rifiutata, suicida vendicatrice. Il mito euripideo della moglie di Teseo che arde d'amore per il figliastro, il casto Ippolito, rimane nei secoli continuo motivo di confronto per nuove interpretazioni.
Dal tragico Euripide in cui è evidente lo stacco tra il mondo degli dei e quello degli uomini, per cui «è normale sbagliare se gli dei lo vogliono», Fedra rinasce in Seneca come protagonista della tragedia, non più vittima di una passione proibita dovuta a un errore dei sensi ma a un diritto naturale.
Così la mitica figura in Racine si arricchisce d'introspezione psicologica, e così nell'interpretazione dannunziana l'eroina greca diventa la superdonna nella sua vocazione alla morte, nelle sue palpitazioni amorose, che trasformano la gelosia in forme violente e selvagge.
E ancora, il mito apre la strada al poeta greco contemporaneo Ghiannis Ritsos, che nella sua Quarta dimensione - i diciassette monologhi drammatici, tra cui appunto Fedra - penetra attraverso il mito euripideo il complesso mondo interiore dell'uomo di oggi. Una profonda operazione letteraria d'attualizzazione del mito, trasferita in teatro dal regista Francesco Travassi nell'interpretazione di Elisabetta Pozzi, in scena al Filodrammatici.
«A Ritsos interessano i grandi temi affrontati dai tragici perché sono gli stessi con cui si confronta l'uomo contemporaneo - spiega il grecista Nicola Crocetti -. Come Fedra, i personaggi di Quarta Dimensione sono posti di fronte ai problemi cruciali dell'esistenza. Il poeta ridisegna il mito secondo tematiche e situazioni propri della quotidianità, rendendolo vicino, umano e contemporaneo. In ogni monologo si innesta così una ricchissima serie di variazioni, divagazioni, oscillazioni, che mantengono nella loro assoluta complessità un carattere unitario, quello del tempo, come lascia presagire il titolo: esso è il grande distruttore delle cose ma anche la dimensione senza confini, in cui l'uomo può spaziare liberamente, racchiude in sé la memoria del mito, della storia e dell'individuo».
«Per questo Ritsos vuole dare a Fedra le parole che le ha tolto Euripide - continua la Pozzi -, la scena madre in cui confessa a cuore aperto a Ippolito il suo amore, ogni piega più intima del suo animo, i suoi pensieri più inconfessabili, il desiderio ardente e incontenibile a cui sta per soccombere. Traendo ispirazione da Euripide, Ritsos mette il mito fuori dal tempo, riconosce nei secoli, nell'oggi le tante Medea, Fedra, Crisotemi, Ismene. Fedra è una donna moderna, che fuma e apre un frigorifero, Fedra è il grido di una donna ossessionata dalle sue stesse passioni, il mito che esiste, che si confonde fra noi».
Per questa continua oscillazione fra antico e moderno, il monologo ha la struttura di un'opera teatrale, preceduto e chiuso da una lunga didascalia che disegna la scena da cui sorge la voce. Qui le parole passano da labbra antiche a giovani menti, qui si perpetuano la vita e le passioni umane, mentre le ultime parole del mito riassumono l'esistenza intera.
«Fedra accudisce come una sacerdotessa il proprio desiderio d'amore - chiosa il regista Travassi - lo analizza, lo penetra, se ne consuma: struggente e sensuale, la immagino in una grande alcova bianca, essenziale, le tracce, il sudore, il seme di Ippolito conservati in un letto sfatto imballato nel cellophane. Una prospettiva impazzita, quasi un'esplosione, a rappresentare l'immagine distorta che Fedra ha del suo tempio di desiderio e di dolore».