Fekini, il «resistente» libico che chiedeva aiuto a Badoglio

Un saggio di Angelo Del Boca molto documentato ma troppo tenero con i potentati locali

Con il libro A un passo dalla forca (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 291, euro 17,50), Angelo Del Boca prosegue la sua pluridecennale requisitoria anticolonialista. Il sottotitolo del volume è eloquente: Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini. Mi guardo bene dal negare i meriti di Del Boca nell’aver ripercorso la presenza italiana nel «continente nero». La sua operosità e intelligenza di storico sono innegabili. Lo è egualmente una sorta di passionalità accusatoria che induce non solo a sottolineare le colpe del colonialismo italiano e mondiale, ma anche ad attribuire sempre connotazioni positive a potentati locali che erano duri, all’occorrenza feroci. Conosciamo le rozzezze e la iattanza dell’imperialismo fascista: ma nell’Etiopia dell’aggredito Hailè Selassiè vigeva la schiavitù. Il dirlo non era propaganda colonialista, era la verità.
Si veda questo saggio su Fekini, che fu «resistente» contro gli italiani, rischiò l’impiccagione, ma si spense nel 1950 a 92 anni. Del Boca rievoca i primi scontri in cui furono impegnate le truppe italiane, nella fase iniziale della conquista libica, in epoca giolittiana (e già Fekini, appartenente a una famiglia importante, si batteva contro gli invasori europei). Ma vedete, nell’esempio che segue, come Del Boca utilizzi un lessico diverso per descrivere i metodi dei due schieramenti. Un reparto di bersaglieri è accerchiato. Annota Del Boca: «Qualche reparto invocò la resa ma gli arabi non facevano prigionieri. Felice Piccioli, uno dei rari superstiti, così descriveva il campo di battaglia: “I nostri morti di Sciara Sciat giacciono insepolti ovunque, molti sono inchiodati alle piante di datteri come Gesù Cristo. A molti hanno cucito gli occhi con lo spago: molti sono stati messi sottoterra fino al collo, si vede solo la testa; moltissimi hanno avuto le parti genitali tagliate”». Del Boca registra, senza commentare. Esce invece dal riserbo a proposito della reazione italiana: «Nel pomeriggio del 23 ottobre (1911, ndr) mentre a Tripoli il panico si attenuava, gli italiani si riprendevano dalla sorpresa e davano inizio a quella spietata rappresaglia che sarebbe durata alcuni giorni».
Negli anni in cui l’Italia, impegnata nella prima guerra mondiale, si accontentò di «controllare» la Libia, divamparono le faide tra le etnie e i feudatari locali. Il trattamento riservato da una fazione ai soccombenti d’una fazione opposta superava ogni nequizia colonialista. Ecco la sorte d’un capo catturato, Ahmed Tuati, nel racconto d’un testimone: «Privato dei suoi abiti di seta, del suo turbante adorno di trecciuole d’oro e d’argento, vestito di una semplice camicia, egli camminava a piccolissimi passi, impedito nella deambulazione da una grossa catena di ferro che gli teneva avvinti i malleoli... Tuati fu interrogato e dopo l’interrogatorio penoso fu calato nella cisterna del castello e gli furono legate le mani dietro la schiena perché gli fosse perfino impedito di mangiare come gli uomini, ma fosse invece costretto ad accostare la bocca al cibo curvando il viso fino a terra, come i cani».
Lungo fu il percorso umano - e guerrigliero - di Fekini. S’era ridotto pressoché in povertà, lui che vantava un patrimonio familiare ingente. Era fuggito in Algeria portando con sé solo 16 dromedari e gli ori della moglie. Messo alle strette, si rivolse alle autorità italiane - ossia al governo fascista - per avere aiuto (vantava beni per tre milioni di lire d’allora). Nel 1931 scrisse a Mussolini, nel 1933 al governatore della Libia Badoglio, nel 1934 al governatore Italo Balbo, nel 1935 di nuovo a Mussolini. Sempre invano. Vale la pena di citare un passo della motivazione con cui Badoglio, cuor di taccagno contadino piemontese, disse no a Fekini: «È notorio come egli versi oggi in povertà in Tunisia e come debba ricorrere a prestiti e sussidi per poter vivere. Concedendogli il rientro, lo si dovrebbe poi mantenere». Anche i combattenti duri e puri indulgono a volte al piagnisteo burocratico. E anche i marescialli d’Italia sanno fare i conti della serva.