Una felice «ossessione» di nome Samuel Beckett

Laura Novelli

In 35 anni di attività non hanno mai smesso di sondare le risorse di un linguaggio scenico capace di restituire lunghi silenzi, di far parlare gli oggetti, di scrivere emozioni attraverso gesti semplici e, con lo stesso vigore, di scendere nelle pieghe più intime delle parole. Dopo aver collezionato una serie di spettacoli storici che appartengono di diritto alle pagine migliori dell’avanguardia italiana (basti citare Sacco, Pozzo, Personaggi, Cottimisti, Forme), Claudio Remondi e Riccardo Caporossi tornano adesso all’autore con cui debuttarono nel ’70: Samuel Beckett. E ci tornano osando un approccio del tutto originale, messo a servizio di un ampio progetto sull’autore irlandese che li ha condotti finora a firmare allestimenti quali Passaggi, Giorni felici e il recente Altri giorni felici, che sarà in scena a Frascati (Scuderie di Villa Aldobrandini) fino a sabato 24, prima di iniziare una tournée che lo porterà anche al teatro India.
Il legame con il passato sembra ciò di cui questa nuova produzione di Rem & Cap intende nutrirsi e nutrirci. Non solo perché il testo - scritto da Remondi (pure interprete insieme a Davide Savignano) e diretto da Caporossi - affronta il tema della memoria e delle forme che essa assume nel «pensiero del presente». Ma anche perché lo spettacolo, a dispetto dei decenni trascorsi, rappresenta quasi l’approdo odierno di un percorso iniziato proprio con i «Giorni felici» del '70. Quella messinscena venne vietata dai detentori dei diritti di Beckett in Italia perché, secondo loro, un uomo (lo stesso Remondi, cioè, unico protagonista) non poteva comprendere i problemi di una donna di cinquant’anni. Un divieto che, per i due teatranti, si tradusse in uno stimolo ad elaborare intuizioni e soluzioni emblematiche (soprattutto sotto il profilo scenografico): la mancanza di libertà, la costrizione, la repressione sono argomenti che hanno connotato, infatti, diversi titoli del loro repertorio. E che si ritrovano in questo viaggio nei labirinti della memoria dove un uomo «sospeso a mezz’aria tra cappello e scarpe» si confessa spassionatamente come se, così facendo, potesse trasferire i suoi ricordi in un essere «che ancora deve vivere» e come se la sua mente, svincolata dal corpo, potesse recriminare una vita autonoma, una capacità di rivolta, uno sguardo ironico e distaccato sul mondo. Info: 06/9417195.