Felicità Inzaghi «I gol più importanti della mia vita»

«Questa coppa vale più del mondiale: là non ho lasciato il segno. Sono andato a letto con la maglia della partita»

nostro inviato a Atene
E adesso, caro Inzaghi, dove vuole arrivare dopo la doppietta di Atene?
«Potrei anche accontentarmi e vivere di rendita, ma non ne sono capace. Ho il calcio nel sangue, il pallone è la mia vita. Due gol in finale li sogni da bambino e quelli di Atene sono stati i più importanti della mia vita».
Una sola parola sulla finale.
«Indimenticabile. Però non è l’unica, perchè anche il successo a Manchester sulla Juve nel 2003 mi ha provocato sensazioni simili. La sentivo in parte mia quella vinta ai rigori, questa invece è completamente mia, c’è sopra il mio sigillo, la mia firma. E ne sono davvero orgoglioso. È stata una partita che non potrò mai scordare. Serate come questa rimangono per tutta la vita. È chiaro che due gol lasciano poche parole».
Una coppa tira l’altra, in luglio quella mondiale, adesso questa europea.
«Calma, non facciamo paragoni improponibili, questa di Atene è un’altra cosa rispetto a quella del 9 luglio a Berlino. Lo ripeto: ho lasciato il segno, allora no».
Ha parlato di Manchester, ma c’è stata anche la notte di Istanbul due anni fa.
«Quella è meglio dimenticarla. Ho sofferto a vedere la partita dalla tribuna. Speravo che il destino mi ridesse quella partita, perchè quella volta stavo male e non ho potuto giocare. Queste sono le cose belle del calcio. Dopo due anni sono passato dalla tribuna ad essere protagonista in campo».
Non a caso l’Uefa l’ha premiata come man of the match, l’uomo partita.
«Beh, quel premio è un qualcosa in più che metterò in bacheca. Ma niente è paragonabile a questa coppa che stringo tra le mani».
Come ha passato la nottata?
«La farò ridere, ma sono andato a dormire con addosso la maglia bagnata e sudata che avevo indossato nella partita. È stata una sensazione mai provata».
Il Milan, cos’è per lei?
«Dire una famiglia è riduttivo; dire tutto forse è troppo, ma ci avviciniamo di molto alla realtà. In rossonero mi sono trovato bene fin dal primo giorno, avevo allora e ho adesso la stima e la considerazione dei compagni e dell’allenatore. E questa mi sembra la cosa più importante.
Arrivando nel 2001 dalla Juventus, rivale storica dei rossoneri, lei è stato guardato con sospetto...
«Il Milan ha speso tanto per prendermi, ma io mi sono trovato bene fin dal primo giorno e ho messo subito alle spalle l’esperienza bianconera. Era un nuovo periodo della mia vita che sto vivendo in modo esaltante. E che continuerò a vivere ancora per molto. Fin dalla prima partita sono stato accolto con entusiasmo dai tifosi e questo mi ha dato la carica».
Per quanto? Magari diventando una specie di Altafini, un giocatore part-time ma comunque decisivo?
«Sarebbe un ruolo importante e non marginale: meno partite, più qualità. Mica male come idea. Una cosa è certa: ho quasi 32 anni e voglio concludere la mia carriera nel Milan».
Molti pensano che lei sia il prototipo dell’attaccante da Champions.
«Questa manifestazione ha un fascino particolare e io mi esalto nelle sfide con le grandi d’Europa».
Insomma, 58 gol in Europa di cui 42 in Coppa Campioni non sono pochi. Dove vuole arrivare?
«Non posso lamentarmi. Mi sono arrivati tanti sms di congratulazioni, anche quello di Shevchenko. È un amico, gli risponderò di stare attento perchè ho ancora fame di gol e voglio raggiungerlo».
Adesso è solo gioia e felicità, eppure lei di guai ne ha passati.
«Eccome, ho vissuto anche dei momenti brutti. Se mi giro indietro... Ricordo l’operazione al ginocchio ad Anversa, i 60 giorni avanti e indietro per i controlli. Molti dicevano che non avrei più potuto giocare, ho saltato quasi tutta la stagione 2004-05, ma io volevo fortissimamente tornare. E il lavoro duro, a lungo andare, paga».
Due gol nei preliminari di Champions alla Stella Rossa, altrettanti nella finale...
«Sono stato il primo a tornare a Milanello dopo i mondiali quando la società ci ha chiamato. Appena otto giorni di vacanza, ritrovo il 26 luglio e poi è stata subito coppa. Evidentemente per me è un fatto scaramantico, segnare all’inizio e alla fine. E proprio da Belgrado è partito il Milan di Atene».
Insomma, chi vuole ringraziare?
«La mia famiglia, ma anche i compagni, Ancelotti, la società, i tifosi, tutto questo ambiente che mi ha fatto sentire importante anche nei momenti difficili. E io non posso ripagarli che coi gol».