Il Fellini che non ha mai ricevuto l’Oscar

Dino Risi è regista tanto bravo da dirigere perfino la realtà, tanto abile da compiere ottant'anni nel 1996, ma anche nel 1997. Come? Nato il 23 dicembre 1916, però settimino, dunque «programmato» per il febbraio seguente, diceva a tutti che era in sostanza del 1917. Morale: il 23 dicembre 1997 ci fu chi lo festeggiò per ottant'anni che ormai eran ottantuno... E sabato saranno novanta: per il regista che aveva avuto «solo» due nomination all'Oscar, intanto ci sono stati il Leone d'oro alla carriera e la metamorfosi in scrittore di pungenti aforismi (Vorrei una ragazza, Asefi) e sferzanti ricordi (I miei mostri, Mondadori). Il ritorno di popolarità ha però provocato «commemorazioni da vivo», come Risi le chiama. In effetti tali sono state. Però hanno zittito i maligni («Risi? Ma non era morto?»).
Quando Risi è giù, perché invecchia anziché ringiovanire, come vorrebbe, pensa che fosse meglio morir giovane, circondato da tutte le amiche, anziché morire vecchio, seppelliti tutti i nemici. Conosco quel suo umore, allora lo consolo suggerendogli la battuta del Malaparte declinante: «Mi spiace solo morire prima di Montanelli!». Ma solo Monicelli si presta a una parafrasi, in questo caso. Risi ride, magari mi cucina anche un risotto: non è ancora cotto che già lui è tornato triste e per giunta si sente colpevole, perché a Monicelli vuol bene. Del resto il broncio è breve: a Risi occorre vicino qualcuno che ama, se è un donna; o, se è un uomo, qualcuno cattivo come lui.
Risi che ama amare, ma odia esser amato? Interprete del suo L'ombrellone, Jean Sorel ne traccia un profilo giovanile: «Il grande seduttore su quel set - fra Sandra Milo, Daniela Bianchi, Véronique Vendell - era Risi. Nel cinema, veri seduttori non sono gli attori, ma registi e direttori della fotografia. Colto, spiritoso, divertente, Risi non solo irrideva i personaggi, ma sfotteva gli attori in scena, facendo lui molto meglio di loro».
Interprete per Risi di Teresa, anche Luca Barbareschi è abbastanza pungente da andare chez-Risi, ovvero nell'appartamentino del residence di Roma, dove da vent'anni Risi perfeziona l'arte sua di solitario che soffre di solitudine. «Mi considero - dice Barbareschi - un suo amico e lo vado a trovare, sempre colpito dalla rara intelligenza e dall'onestà intellettuale, quella di una persona che ha il coraggio di prendersi in giro nei suoi libri».
Di piacere a chi ha lavorato per lui sembrerà scontato, in realtà anche nel cinema non c'è modo migliore per imparare a detestarsi. Ma Risi piace anche a colleghi di diversa personalità, incline all'impegno. Regista e storico del cinema, Bertrand Tavernier definisce Risi «figura chiave della commedia all'italiana, ma, come ogni etichetta, anche questa è molto limitata e non rispecchia la realtà più di quanto una scheda entomologica rispecchi la varietà faunistica. Infatti trascura parole come intelligenza, ironia, amarezza, realismo, lucidità, lampi di tenerezza, che io associo ai migliori film di Risi. Come a quelli di Frank Capra, Gregory La Cava o Blake Edwards. Dal suo episodio nell'Amore in citta al Sorpasso, senza dimenticare Una vita difficile, il suo capolavoro cui va associato Rodolfo Sonego, e Profumo di donna. E tanti altri film che hanno reso luminosa la mia vita».
D'altra generazione e orientamento, il serbo Dusan Milic, giovane regista e sceneggiatore di una commedia amara come Jagoda. Fragole al supermercato, concorda con Tavernier nel giudicare Risi: «La sua compassione per i poveri e le loro piccole vite, la sua miscela di neorealismo e commedia brillante, romanticismo e crimine, l'uso dei migliori attori in circolazione come degli esordienti sono esperienze che solo i grandi maestri possono offrire». Si dirà: «Risi piace a chi cerca l'evasione». Ma alla Scuola di cinema di Mosca, nell'era di Krusciov (cfr. la testimonianza di Nikita Mikhalkov qui sotto), Risi era considerato uno dei maggiori neorealisti. Da Parigi Michael Marmin, già critico del Figaro, giudica «i film di Risi il miglior antidoto contro il moralismo che si estende ormai sul mondo». Ed ecco che cosa pensa un filosofo, Alain de Benoist, parigino anch’esso, di Fantasma d'amore, Profumo di donna e soprattutto di Anima persa: sono fra i film che mi hanno più segnato. Fedele alla grande tradizione italiana, il genio di Risi vi illustra come il cinema - sottraendo i personaggi a uno sfondo teatrale - tracci la psicologia dei sentimenti».
Si dirà anche: se Risi piace al Giornale, non piacerà altrove. Ma all'Unità Risi piace anche di più. Il suo critico Alberto Crespi, infatti, è perentorio: «Trovatemi un altro regista che abbia diretto cinque capolavori - Una vita difficile, Il sorpasso, I mostri, In nome del popolo italiano e Straziami ma di baci saziami - e abbia portato all'Oscar Al Pacino senza nemmeno dirigerlo (mi riferisco a Scient of a Woman, brutto remake hollywoodiano di Profumo di donna), e ammetterò di sbagliarmi considerando Dino Risi il più grande regista italiano; solo Fellini e Monicelli gli stanno accanto».
Prossima «commemorazione da vivo»? Quando gli anni di Risi saranno cento. O centouno.