«Fellini mi soffiò la statuetta Giusto, era più bravo di me»

A Rimini un incontro nel segno di ricordi umorismo e commozione

Stefania Vitulli

da Rimini

«Il mio Fellini? Quello di Disneyland». Il grande cineasta Roman Polanski, camicia bianca, jeans e polacchine, look spettinato e grande appeal nonostante i settantatrè anni, invitato a Rimini a ritirare ieri il Premio Fellini dalle mani di Pupi Avati, presidente della Fondazione intitolata al regista riminese, sorride al ricordo della gita che fece con Federico. Con loro, Giulietta Masina e Angelo Rizzoli padre. «A quei tempi Disneyland era ancora una grande novità. Siamo andati sul sottomarino e a fare il percorso sul fiume: ci siamo divertiti da impazzire». Sul Fellini privato, Polanski si sbilancia: «Era ricco di humour, si godeva le cose semplici della vita. Ma la cosa più sorprendente era che fosse un uomo come tutti gli altri». Forse, dal regista di Otto e 1/2 - il film che Polanski predilige - si aspettava di più, visto che con Il coltello nell’acqua dovette subire lo smacco di vedersi soffiare l'Oscar: «Mentirei se dicessi che non mi dispiacque, ma prima di me c'era senz'altro lui».
Tiene a sottolineare le differenze con Fellini e a tenere le distanze: «Sono più eclettico di Fellini, non ho le sue ossessioni per le donne, ne ho altre, e al contrario di lui mi sono reso conto solo molto tardi di quanto la mia città natale, Cracovia, mi abbia influenzato, con le sue chiese gotiche e rinascimentali, il cui fasto era annebbiato da inquinamento e comunismo sovietico».
Ma almeno una cosa in comune con Fellini, Polanski sente di averla: «Il gusto per il disegno». È da lì, dai pittori polacchi e dal surrealismo, oltre che dagli anni del liceo d'arte, che Polanski ritiene gli venga la sua facilità a girare, il gusto per il colore, per la prospettiva: «Con la mia troupe spesso mi spiego a disegni, mi viene più facile». Si diverte ad esibirsi, Polanski, in una magistrale imitazione di Fellini per vocina e lessico: «Sei così gentile, Roman. Parli sempre così bene di me». Rifà uguale la stessa ironica cantilena persino con leggero accento romagnolo, con l'istrionismo da attore di teatro quale si sente: «Il teatro è il mio primo amore. Sono salito su un palco la prima volta a quattordici anni. E tra un film e l'altro devo tornarci sempre. Ho appena firmato in Francia la regia teatrale di Doubt di John Patrick Stanley».
Un incontro all'insegna dei ricordi, questo con il regista di Rosemary's baby, Chinatown e Il pianista, Oscar 2002, che chiarisce che non sta lavorando ad alcun progetto cinematografico e che la partecipazione a Rush hour 3 di Brett Ratner, uscita prevista nel 2007, è solo un omaggio al regista, di cui è molto amico, e che si ferma a due giornate sul set, come attore nel ruolo del detective Jacques. Non se la sente di parlare del presente, Polanski, e liquida in due battute gli scottanti argomenti di attualità che lo riguardano da vicino. Del documentario della regista Marina Zenovich sul processo che lo vide accusato di violenza su una minore negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta dice: «Mi ha chiamato per coinvolgermi nelle riprese, ma ho voluto restarne fuori. E finché non l'avrò visto non posso dare giudizi». E alla conferenza negazionista sull'Olocausto indetta a Teheran dal presidente iraniano, lui, ebreo confinato nel ghetto di Varsavia e strappato in tenera età ai genitori morti in campo di sterminio, riserva la citazione delle parole di suo padre: «Diceva che sarebbe successo di nuovo, di lì a cinquant'anni. E io gli davo del pazzo. Invece aveva ragione».
Ha voglia invece di raccontare il passato, di svelare alcuni piccoli dettagli e alcune grandi verità che stanno dietro ai suoi capolavori. Ricorda il crollo e la resurrezione di Mia Farrow sul set di Rosemary's Baby, il suo film che Fellini prediligeva. Il crollo dovuto alla visita dell'avvocato di Sinatra, che si presentò sul set con i documenti per il divorzio. «Inaccettabile. Quel macho non ebbe nemmeno il coraggio di venire di persona» commenta Polanski; la resurrezione grazie all successo del film. Ricorda i difficili inizi, quando con lo sceneggiatore Gerard Brach, scomparso tre mesi fa, viveva a Parigi alla giornata e dovevano decidere se mangiare o andare al cinema, perché erano senza un soldo: «Andavamo al cinema tutti i giorni». Ricorda le tre settimane in cui scrissero Repulsion - per una casa cinematografica specializzata in film erotici - che li aiutò poi a vendere la sceneggiatura che tenevano nel cassetto da due anni, Cul de Sac. Rivede le tonnellate di film americani horror che videro prima di pensare a Per favore non mordermi sul collo: «Più horror erano e più la gente rideva. Allora pensammo: facciamo un film horror davvero comico».
E ricorda, alla fine, commosso, gli anni del ghetto, l'episodio che gli salvò la vita: «Fu un soldato a permettere a me e a un bambino di sette, otto anni, Stefan, di allontanarci dal ghetto durante il rastrellamento finale. Ci avvicinammo a lui, inventammo che avevamo fame, che saremmo andati a casa a prendere del pane e poi, certo, tornati. Fece finta di crederci. Sussurrò: "Andate". Presi per mano Stefan e traversai la strada in fretta. "Non correre, cammina", mi disse piano. Quelle parole mi hanno accompagnato fino ad oggi e sono le stesse con cui nel Pianista il poliziotto ebraico salva Szpilman dal treno della morte».