Da Feltrinelli ai nuovi brigatisti, la pista che porta in Svizzera

Le cellule estremiste offrono appoggio logistico e armi

La pista svizzera delle «nuove Br» ha 40 anni. Fu Giangiacomo Feltrinelli, miliardario-guerrigliero, ad attivare alla fine degli Anni Sessanta una rete di assistenza per il nascente partito armato. Quando a metà marzo del '72 lo trovarono dilaniato sotto il traliccio di Segrate, a Milano la polizia scoprì sei covi dei Gap. Tutti gli appartamenti erano stati acquistati da due immobiliari svizzere, la Drono e la Nadomas, gestite da Franco Marinoni, un «castrista» di Genova poi divenuto un esponente di spicco del partito socialista in Canton Ticino, e dalla moglie Verena Vogel. E i soldi, tanti, transitati sul misterioso conto Robinson Crusoe, aperto dall'editore in una banca di Losanna e servito a finanziare la guerriglia di mezz'Europa. Tutti tasselli messi insieme dal commissario Luigi Calabresi che però non riuscì a comporre il puzzle, prima di essere ucciso il 17 maggio '72. Calabresi cominciò a bazzicare la Svizzera dopo la strage di Piazza Fontana: «Un pozzo senza fondo», si confidava ogni tanto.
Storie di quarant'anni fa. Viene però da ridere o da piangere a sentire cosa si dicevano i «nuovi» brigatisti finiti nell'inchiesta della procura di Milano. Alfredo Davanzo, l'ideologo, è stato a lungo latitante in Svizzera. Qui il gruppo poteva, e può, contare sulla Cellula comunista di Andrea Stauffacher, 57 anni, la leader di Revolutionaeren Aufbau e legata al Soccorso Rosso. Ai Br gli svizzeri hanno offerto alla luce del sole corsi di informatica, ospitalità e «collaborazione economica» (rapine). A Vincenzo Sisi, capo della cellula di Torino, e agli altri era stato anche proposto: «Le armi possiamo prenderle nelle casermette dell'esercito svizzero. Ogni paesino ha la sua casermetta».
È la stessa idea che dal '71 permise, per dire, a Valerio Morucci di traghettare valigiate di armi dalle casermette elvetiche prima a Lavoro Illegale, la struttura armata di Potere operaio, e poi alle Brigate rosse. «È come la forchetta» è stato solito ripetere negli anni Morucci, «se un sistema funziona, perché cambiarlo?».
La domanda però è un'altra. Possibile che l'esercito elvetico non abbia trovato un modo per evitare che le casermette siano un supermarket per i terroristi nostrani? Perché nella pacifica Svizzera hanno trovato e trovano assistenza le Br? La verità è che tutte le volte che si è cercato di andare fino in fondo le autorità svizzere non sembrano aver mai fatto sul serio. In altri casi gli interrogativi si sono fatti più foschi. È il caso di Alvaro Lojacono, uno dei sequestratori di Aldo Moro, figlio di un alto dirigente del Pci e che fuggì dall'Italia grazie - lo ha rivelato a lui - all'intervento dell'Ufficio esteri del partito. Nell'87 ricomparve in Svizzera con il cognome della madre, rampolla di una delle famiglie più ricche e blasonate in terra elvetica, e neo-cittadino svizzero grazie ad una nuova legge che sembrava fatta apposta.
Il mai abbastanza compianto Valerio Riva nelle sue ricerche aveva trovato una sua spiegazione. «Nella seconda guerra mondiale e negli anni subito successivi il Pci ha allestito in Svizzera» raccontava, «una rete che facesse da supporto alle attività illegali e come comoda retrovia». Quella struttura non è mai stata intaccata.
pierangelo.maurizio@alice.it