«Il femminismo deve difendere la maternità»

E se le istituzioni internazionali, così moderne e aperte, fossero dalla parte dei cattivi? E se la Chiesa, così conservatrice, fosse invece in prima linea nel difendere i valori femministi? Eugenia Roccella, leader negli anni ’70 del Movimento per la liberazione della donna, alleata degli intellettuali cattolici e in polemica con la sinistra politicamente corretta, insieme alla storica Lucetta Scaraffia (e con l’aiuto di Assuntina Morresi per la ricerca delle fonti) ha scritto un libro che mette l’Onu, la Ue e il pensiero unico del femminismo burocratico sul banco degli imputati: Contro il Cristianesimo. L’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia (Piemme). «Le organizzazioni internazionali - spiega Roccella - attribuiscono sempre più centralità ai cosiddetti diritti riproduttivi, che nei fatti si sono trasformati nel dovere di non riprodursi. La maternità come libera scelta, obiettivo delle lotte femminili degli anni ’70, non interessa a nessuno, tanto che la stessa parola “maternità” è scomparsa dal lessico delle Nazioni Unite. E mentre gli sforzi internazionali fanno sì che la fertilità decresca dappertutto, la mortalità da parto rimane invece tragicamente stazionaria. C’è un nuovo controllo sul corpo femminile e sulla procreazione, che nei paesi terzi è indirizzato verso una riduzione della natalità. Questa scelta si maschera dietro un femminismo ideologico, che regna incontrastato negli organismi internazionali, e che ha sposato l’aborto e la contraccezione come via maestra per l’empowerment, l’accrescimento del potere delle donne. Un atteggiamento che rende le istituzioni internazionali complici di politiche repressive verso le donne».
Ad esempio?
«Uno per tutti: nel 1983 l’Onu guidata da Perez de Cuellar ha assegnato il “Premio per la popolazione” alla Cina. Premiando così la selvaggia repressione contro la disobbedienza alla politica del figlio unico, attuata con violenza su donne incinte e neonati. Una mostruosità contro la quale l’opinione pubblica occidentale non ha mosso un dito; e il Fondo Internazionale per la Popolazione, organismo delle Nazioni Unite, ha continuato a difendere la politica demografica cinese. Ci sono alcuni dati impressionanti: per esempio, il metodo “contraccetttivo” più adoperato nel mondo è la sterilizzazione femminile. Il numero di donne sterilizzate si aggira, ad oggi, sui 150 milioni. Ma davvero si può catalogare la sterilizzazione di massa tra i diritti riproduttivi?».
Perché accade tutto questo?
«Perché l’ideologia copre i fatti. E il pregiudizio ideologico impedisce persino il dibattito. Si dà per scontato che i diritti riproduttivi siano “il bene”. E non si va a vedere cosa accade in pratica quando le istituzioni internazionali esportano questi diritti.
Come si è arrivati a ciò?
«Saltando i diritti civili e l’emancipazione femminile. E passando direttamente, in Paesi non democratici, a quello che in Occidente è stato il femminismo di seconda generazione. Come se la libertà delle donne si esaurisse nel controllo sulla procreazione, e potesse fare a meno dei diritti politici, di leggi eque, della possibilità di amministrare i propri beni, di muoversi liberamente, di scegliere la religione o il modo di vestirsi. Ormai molte femministe denunciano il sospetto che l’enfasi internazionale sui diritti riproduttivi copra politiche antinataliste verticistiche e fornisca ai regimi autoritari un comodo strumento di regolazione delle nascite. Sacrificando proprio quella libertà di scelta delle donne che a parole si sostiene».
Perché finora il problema non l’ha posto nessuno?
«Il femminismo è una realtà complessa. Esiste una galassia di movimenti che sono completamente contrari all’impostazione che l’Onu e la Ue stanno promuovendo. I movimenti femministi sul territorio però non hanno peso internazionale».
E qui entra in ballo la Chiesa. Nel vostro libro la considerate l’unica voce controcorrente e perciò avversata...
«Già, la Chiesa è diventata alleata di tutti quei movimenti delle donne che sono contrari a interventi di macellazione del corpo femminile, a un “pensiero unico” femminista che, attraverso l’ideologia del gender estremizza la molteplicità delle differenze e annega la differenza sessuale».
Una Chiesa femminista?
«La Chiesa di fatto ha rappresentato le ragioni di un diverso femminismo. Chi altro si oppone autorevolmente al femminismo istituzional-burocratico dei diritti riproduttivi? Nessuno».
Ma esiste un altro femminismo?
«Esiste, eccome, e ha dato origine a un dibattito internazionale molto ricco, sia sul piano dell’etica che su quello della manipolazione del corpo e della salute della donna. Un dibattito che in Italia è pressoché ignorato».
Voi accusate le agenzie internazionali che si occupano di diritti procreativi (come l’Ippf e l’Unfpa) di avere una matrice eugenista e antinatalista.
«È un fatto poco noto, eppure il movimento eugenista e antinatalista è la vera matrice politica e ideologica dei cosiddetti diritti riproduttivi. L’eugenismo, diffuso nel secolo scorso, ha subìto una battuta d’arresto dopo la caduta del regime nazista che lo aveva sponsorizzato. Ma è riuscito a sopravvivere, trasformandosi e attuando una sorta di furto linguistico e concettuale ai danni del femminismo. Se si esamina la storia di alcune associazioni internazionali,come l’Ippf, si vede che c’è stata una notevole continuità, anche di persone».