Femministe troppo indulgenti con l’islam

Su queste pagine Vittorio Sgarbi titola un suo articolo «Non se ne può più di amore esibito». Nello stesso giorno Alberoni, sul Corriere della Sera nota come esiste una letteratura «infarcita di consigli alle donne sulla seduzione, come vestirsi, come truccarsi, come avvicinarsi e conquistare sessualmente l’uomo appena incontrato». In merito, aggiungo di trovare fastidiosi i lunghi pomeriggi Tv che si propongono come mostre-mercati con vallette, attricette, starlette che esibiscono il loro capitale naturale e le relative conquiste: il premio in amori con calciatori famosi, con attori affermati e dunque utili alla scalata, le parti o particine messe insieme.
E tutto, nel tripudio di un pubblico felice di esserci, di fare la sua parte. Con miriadi di giovani bellezze che possono trarre utili insegnamenti, nelle loro case, da certe lezioni di vita.
Di questa sorta di record italiano, il trionfo del sesso esibito, spiegato e trionfante, si è occupato il Financial Times, che lo fa notando l’esistenza contemporanea di due fenomeni diversi, ma conseguenti. Nel primo, il giornale inglese sostiene in verità con qualche azzardo che è da noi più che altrove a dominare la pratica della donna oggetto di mercato. Il secondo fenomeno è quello della scomparsa di un femminismo che aveva fatto del riscatto della donna e del suo corpo uno dei suoi valori essenziali.
Sul femminismo italiano, però, va fatta chiarezza. Esso ebbe da noi, rispetto ad altri, una impronta politica. A differenza che in America, e altrove, fu impegnato, militante, in molti casi organico rispetto a un partito, il Pci, che si presentava sul mercato come collettore di tutte le spinte sociali, anche le più ostiche da governare.
In effetti, in nessun Paese nacquero sigle di «organizzazioni di massa» facenti capo leninisticamente a un partito politico quali Arcigay, e Arcilesbica, il segno di una sorta di bulimia politica estesa a campi fin lì impensati.
L’eclissi del femminismo di casa nostra è dunque la logica e quasi meccanica conseguenza della parabola del comunismo, del tramonto del suo fascino ideologico e del suo potere quale collettore, e distributore, di consensi e di benefici, perché anche questi ci furono. Le donne post-comuniste si sono ridotte a dibattere di quote rosa e simili, argomento poco affascinante per chi non vi sia direttamente interessato.
C’è chi è andato a cercare le femministe storiche, quelle che però del femminismo conservano la presenza sui giornali o alla Tv, ogni volta che accade un fatto che richiami l’eco di antichi dibattiti, e riflessioni. Lo ha fatto Daniela Santanché, deputata di An che ha scritto un libro-inchiesta La donna negata sul dramma delle immigrate, sottoposte nella famiglia e nella comunità a dittature che in qualche caso impongono loro un servaggio (il più comune e lieve è forse quel velo che le donne magari non conoscevano nel loro paese d’origine). Un servaggio che ha avuto in qualche caso esiti tragici, dei quali si sono occupate le cronache.
È una storia triste, quella che racconta la parlamentare, tanto da spingerla a prestare la sua attività, e la sua presenza, alla nascita di una organizzazione di donne maghrebine che si battono perché alle immigrate vengano risparmiate le umiliazioni, le violenze riservate a quelle che intendono vivere più libere in un paese libero. La Santanché ha cercato di interessare le esponenti del vecchio femminismo italiano, con scarsi risultati che si sappia, alla sua opera. Ho cercato di capire le ragioni di una certa riluttanza, ne ho parlato con amiche rappresentative del percorso compiuto. Il rifiuto di impegnarsi non è dovuto alla posizione politica della Santanché. È dovuto semmai alla riluttanza tutta ideologica di denunciare i vizi, peraltro innegabili e riconosciuti, del mondo islamico avvertito d’istinto come politicamente amico, o in altri casi come nemico di un nemico, il capitalismo, l’America, chissà.
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