Fenice, preso in Messico l’incendiario

da Venezia

Da latitante continuava a fare lo stesso mestiere per il quale era finito nei guai: l’elettricista. Viveva a Cancun, in Messico, Enrico Carella, l’uomo condannato come esecutore materiale del rogo doloso che la notte del 26 gennaio 1996 ridusse in cenere il teatro la Fenice, il gioiello veneziano chiuso per manutenzione. Cinque anni fa, dopo la condanna in appello, Carella aveva fatto perdere le proprie tracce e conduceva una vita tranquilla in Messico, con pochi, cauti contatti con l’Italia. Cauti, ma non abbastanza, perché sarebbero stati proprio questi contatti a condurre a lui Interpol e Digos di Venezia.
«È come una seconda vita per il teatro e non solo», ha commentato l’ex sindaco di Venezia Paolo Costa. A lungo si disquisì sui presunti «mandanti occulti» del rogo. Ma i fatti si chiarirono attraverso le indagini del pm Felice Casson: dietro l’incendio c’era la situazione della Viet ditta stracolma di debiti e per di più non assicurata di cui era titolare Carella (assieme al cugino, Massimiliano Marchetti, condannato a sei anni). L’impresa aveva il subappalto per i lavori di adeguamento anti-incendio; i ritardi si accumulavano, impossibile rispettare la data di riapertura fissata per il 1 marzo '96, quando proprio Woody Allen avrebbe dovuto «benedire» il teatro; ma le proroghe comportavano una penale di 30 milioni di vecchie lire dell’epoca. Sarebbe stato il collasso della Viet. Da qui la decisione di dare fuoco alla struttura. La verità saltò fuori qualche anno dopo.
Nel frattempo, nonostante la via crucis della ricostruzione «com’era, dov’era», nonostante le due gare di appalto, altri ritardi e l'intervento della magistratura, La Fenice, costruita nel 1790 sotto la supervisione di Antonio Solari, è tornata a risplendere nel novembre 2004 con Verdi e la sua Traviata.