La Fenice vola negli abissi del Baikal

Ferruccio Repetti

Un lago, anzi: «il» lago più profondo della Terra, il Baikal, nel bel mezzo della taiga siberiana; un aereo, anzi: l’aereo, la Fenice, un Sm 75 motorizzato Alfa Romeo che deve trasportare in salvo, in Giappone, i diari di Mussolini, nei giorni dell’epilogo del secondo conflitto mondiale; e infine, un dramma che si consuma proprio quando la trasvolata è al termine: la Fenice si schianta sulla superficie ghiacciata del Baikal, si inabissa, e si adagia sul fondo a poca distanza da un altro relitto, un treno blindato russo che, all’inizio del secolo Ventesimo, era sprofondato nel pack instabile del lago con tutto il suo carico di esseri umani, armi e merci preziose. Lo scenario del libro più recente di Folco Quilici - «La Fenice del Baikal», Mondadori, appena presentato ai Martedì letterari del Casinò di Sanremo, a cura di Ito Ruscigni - parte dalle quote alte dove volano gli uccelli piumati e quelli d’acciaio, per finire a esplorare gli abissi (meno 1.700 e tanti metri!) del più grande bacino d’acqua dolce nel mondo. Tutto per raccontare l’avventura - se non vera, almeno molto verosimile - degli archeosub Marco Arnei e Sarah Morasky, impegnati ai nostri giorni nel tentativo di recupero dei diari del duce e, chissà, anche dei «preziosi» del treno. Romanzo, solo invenzione, per quanto avvincente e realistica e storicamente inquadrata? «Una cosa è la fantasia, un’altra la menzogna» ci tiene a ribadire Quilici, che dell’archeosub ha fatto un genere letterario originale, ma anche, in qualche modo, una ricerca scientifica altrettanto originale, tanto più oggi, come presidente dell’Icram, l’istituto di ricerca applicata ai mari. E allora, via con l’avventura di Marco e Sarah, che danno vita a una nuova puntata del «serial thriller» quiliciano, già denso da anni di titoli e di sensazioni forti: da «Alta profondità» all’«Abisso di Hatutu», da «Mare rosso» ai «Serpenti di Melqart», solo per citare gli ultimi usciti. Naturale che le esperienze subacquee dell’Autore, a partire da quelle, di carattere documentaristico e antropologico, del paradiso polinesiano primi anni Cinquanta, fino a quelle attuali, ancora più incentrate sulla conoscenza scientifica, facciano da sfondo alla finzione letteraria. Ma la capacità di Quilici di proporre racconti avventurosi eppure rigorosamente credibili è forse il più naturale degli ingredienti per legare indissolubilmente il lettore: dalla prima pagina, sì, alle ultime dieci, quelle decisive, per «La Fenice del Baikal» e i suoi protagonisti. Che poi sono i lettori stessi, trascinati in quota e negli abissi da quel folletto di Quilici per invitarli a riflettere su convinzioni e convenzioni acquisite.