«È un fenomeno che dilaga e il carcere serve ma non basta»

Mario Zevola, presidente del tribunale dei minori di Milano, lei lo manderebbe il carcere il branco che ha violentato la ragazzina a Brescia?
«In linea teorica sì. Io non conosco il caso nei dettagli ma potrebbe essere necessaria una misura cautelare. È stato compiuto un atto gravissimo e il minore deve avvertire l’intervento delle istituzioni con tutta la loro autorevolezza. Compreso il peso della sanzione».
Aumentano i reati sessuali causati da minori sempre più giovani. In Francia hanno chiesto l’abbassamento dell’imputabilità a 12. Lei cosa ne pensa?
«Ritengo che i 14 anni siano la giusta età sulla quale misurare l’incapacità di intendere e di volere di un minore. Ma al di sotto di questa età c’è sempre la possibilità di mandare un minore in comunità. Il che non è poca cosa».
Perché?
«È vero che è una misura parapenale ma non è fissata una scadenza precisa».
Cioè il minore potrebbe restare in comunità per anni?
«Esatto, c’è una continua rivisitazione della sua condizione. Lui non ritorna in famiglia finché non ha acquisito la consapevolezza della gravità del suo gesto e non mostra pentimento per quello che ha fatto».
Quando si applicano le misure cautelali a un minore?
«Quando c’è il rischio d’inquinamento delle prove. Per esempio, il fatto che sia libero può portarlo ad alterare il quadro delle indagini. Oppure contattando degli suoi amici può crearsi un alibi. Si manda in carcere un minore anche se c’è pericolo di fuga, oppure se in ragione di quello che ha commesso, c’è un pericolo di reiterazione di un reato».
Se il ragazzo non entra in carcere minorile, dove finisce?
«Può essergli assegnata la permanenza in casa con l’uscita permessa solo per recarsi a scuola. Oppure il collocamento in una comunità. Non dobbiamo dimenticare che il sistema minorile non deve alterare gli aspetti educativi a cui è sempre finalizzata la pena».
Ma secondo lei un minore che commette un delitto così aberrante, può ancora nascondersi dietro l’alibi della minore età?
«Bisogna valutare com’è stato educato: quello che per l’adulto è scontato non è detto che lo sia per il minore. Ci sono processi evolutivi che possono alterare le normali capacità di intendere e di volere di un minore».
Per esempio?
«Ci sono passaggi nella minore età che possono portarlo a non differenziare il sé dagli altri e quindi lo mettono nella condizione di non rendersi conto che sta producendo una sofferenza a un altro. Insomma, è concentrato solo su se stesso e non si sente tenuto a rispettare il prossimo».
Attualmente abbiamo gli strumenti per arginare questi fenomeni?
«Se si pensa a uno strumento penale siamo lontani dall’obiettivo. La violenza minorile si diffonde a macchia d’olio e non fa distinzioni sociali né territoriali».
Quindi?
«Ci si deve interrogare sul perché siamo a questo punto: gli adulti che modelli propongono per questi ragazzi? Le famiglie spesso latitano nell’educazione, sono invisibili, non seguono i propri figli. I genitori non hanno il controllo del loro tempo, non sanno come crescono, a quali valori si ispirano. Dicono sempre di sì ai figli per tutelare la propria tranquillità e non essere disturbati. E alla fine li affidano a Internet, uno strumento utile ma pericoloso, che offre ai ragazzi la possibilità di mettersi in vetrina. Ma in questo modo diventano narcisisti e indifferenti al dolore del prossimo».