Fenomenologia della sconfitta

Nell’introduzione Vivarelli analizza l’Italia del 1945: un trauma non ancora superato

Nel romanzo La pelle, Curzio Malaparte così descriveva la reazione della maggioranza del popolo italiano alla sconfitta del settembre 1943: «Marciavamo a testa alta, cantando, fieri di aver insegnato ai popoli d’Europa, che non c’è ormai altro modo di vincer le guerre che buttar le proprie armi e le proprie bandiere, eroicamente, nel fango, ai piedi del primo venuto». Era anche, questo, un modo, sebbene certo il meno appropriato, di reagire ad una catastrofe militare che si sarebbe tramutata nello sfacelo morale e materiale di una nazione. Un modo, tra i tanti altri, che vengono analizzati in un libro importante (Wolfgang Schivelbusch, La cultura dei vinti, Il Mulino, pagg. 370, euro 25), dove, incrociando i temi dell’analisi comparata con quelli della psicologia collettiva, viene fornita una vera e propria fenomenologia della disfatta, con riferimento a tre casi esemplari della storia contemporanea: il tracollo degli Stati confederati del Sud, nel 1865, alla fine della guerra civile americana quello della Francia travolta dall’offensiva militare prussiana nel 1870; quello della Germania al termine del primo conflitto mondiale nel 1918.
Disfatte diverse, verificatesi in tempi diversi e presso diversi popoli, ma che obbediscono, quasi rigidamente, ad uno stesso copione, che ha il suo momento di avvio nell’euforia che segue la cessazione delle ostilità, ottenuta a prezzo di una sconfitta, che viene tuttavia vissuta come liberazione dal peso della guerra e come reazione, non più contro l’avversari ma contro il proprio governo responsabile di aver dato corso al conflitto e poi di non averlo saputo concludere con una vittoria. In questo mondo, la nazione vinta entra in quello che un grande storico tedesco, Ernst Troeltsch, chiamò il «paese dei sogni», nel quale l’avversario di ieri diviene magicamente il liberatore.
A Parigi, una folla plaudente accoglie la proclamazione della Terza Repubblica, considerandola un dono delle baionette prussiane che hanno posto fine al governo dispotico di Napoleone III. A Monaco, nel novembre 1918, una grande dimostrazione popolare, organizzata dal partito socialista, occupa le strade per celebrare il rovesciamento del regime monarchico, che l’imminente collasso militare non potrà non provocare. Nelle principali città della Confederazione non si festeggia, è vero, la vittoria degli odiati yankee, ma, anche in questo caso, non sono pochi a pensare che da quell’evento si leverà una ventata modernizzatrice in grado di scuotere le sonnolenti terre del Sud dal loro atavico sonno.
Questa vera e propria rimozione della sconfitta può continuare a essere vissuta, però, solo a condizione che il vincitore renda onore a questi atti di purificazione collettiva, senza infierire sulla nazione perdente. Successivamente alla resa, le aspettative degli Stati secessionisti è quella di poter riprendere il posto precedentemente occupato nell’Unione come partner alla pari, rinunziando soltanto all’istituto della schiavitù. In Francia, dopo la vittoria prussiana, molti conservano la sicurezza che la pace sarà siglata senza dover rinunziare a un solo centimetro di territorio. In Germania, alla fine del 1918, ci si attendeva che le potenze dell’Intesa non mutilassero il Reich né dei propri confini storici né dei domini coloniali. Ma se la mitezza del vincitore era stata una delle caratteristiche delle guerre del passato, quando i conflitti si erano conclusi con il ristabilimento dello status quo prebellico, questo non era più possibile nella guerra moderna, che, in quanto guerra totale, prevedeva l’annientamento della nazione avversaria e non più soltanto quella delle forze militari impegnate nello scontro, e che poteva essere terminata unicamente con una pace punitiva.
E tale sarà la pace che toccherà alle nazioni sconfitte, quando il Sud degli Stati Uniti verrà sottoposto a un durissimo regime di occupazione militare per circa dieci anni, quando la Francia sarà privata dell’Alsazia e della Lorena, quando infine la Germania rimarrà letteralmente schiacciata sotto l’enorme peso delle riparazioni belliche. È in questo momento che il «paese dei sogni» crolla come una castello di carte, richiamando i popoli alla realtà, obbligandoli a cercare modi più realistici per vivere la propria condizione di vinti e per accettare la sconfitta nella sua vera natura: quella di «condanna inappellabile», dinnanzi al «supremo Tribunale dei popoli», come Hegel aveva sostenuto.
Con quel «paese dei sogni», il nostro paese sconfitto, nel 1943, in una guerra male cominciata e malamente perduta, conclusasi con una «resa incondizionata», ha invece tardato e ancora oggi tarda a fare i suoi conti, come ci ricorda Roberto Vivarelli nell’introduzione premessa al volume di Schivelbusch, ricordando che «il 25 aprile 1945, data che sul territorio nazionale corrisponde alla fine della guerra e che in quanto tale dovrebbe corrispondere all’atto conclusivo della sconfitta, nella nostra liturgia politica figura invece come una festa nazionale: l’anniversario della liberazione».
Eppure, un testimone oculare d’eccezione di quegli eventi, come Benedetto Croce, ebbe immediatamente consapevolezza dell’amara e diversissima realtà dei fatti, quando nel suo diario scriveva che il colpo di Stato che aveva liberato l’Italia da Mussolini, «che aveva venduto la nazione e il suo avvenire, cooperando alla servitù di tutti in Europa», avrebbe ineluttabilmente segnato anche l’ultimo atto di una disfatta militare destinata a detronizzare, forse per sempre, il nostro paese dal suo rango di potenza, privandolo di ogni autonoma capacità di manovra nello scenario internazionale, riducendolo a protettorato politico altrui. Era una cognizione dei fatti estremamente lucida, che contrastava non solo con quella delle folle entusiaste che inondarono le piazze dopo il 25 luglio del 1943, inneggiando alla pace e alla libertà ritrovate, ma che strideva anche con la superficialità di molti politici della passata stagione liberale, allora tornati alla ribalta, e di tanti esponenti della nuova politica democratica, che ipotizzavano di poter uscire dal conflitto, senza pagare pegno, contando sulla generosità degli avversari di ieri.
Come tutte le guerre, anche quella guerra non era una «guerra per la libertà», ma una guerra «per l’indipendenza, per il dominio, e per il vantaggio economico e politico», annotava il filosofo. E avrebbe dimostrato poi, ancora più ampiamente, questa verità il Trattato di Parigi del 10 gennaio 1947, che strappò all’Italia parti integranti del suo territorio ad occidente ma soprattutto ad oriente dei suoi confini. Trattato che Croce, in una memorabile seduta dell’Assemblea costituente, rifiutò di sottoscrivere, ammonendo gli altri deputati a ricordare che quella sconfitta era stata la sconfitta di tutti gli italiani. Fascisti e non fascisti portavano egualmente il peso del catastrofico esito di quella prova delle armi fallita: «Anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli, come erano tutti, che la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte».
Erano quasi le stesse parole che Giovanni Gentile aveva pronunciato nel giugno del 1943, insistendo sul fatto che «un’Italia destinata a morire per effetto d’una disfatta militare», non sarebbe stata neppure degna di vivere agli occhi degli altri popoli, se non come «un’accozzaglia di uomini, senza disciplina di sorta».