Ferì rapinatore, condannato come il bandito

Incredibile sentenza del tribunale di Palermo. Due anni e mezzo al
sindaco di san Giuseppe Jato che, aggredito nel garage di casa, sparò a
tre malviventi armati: eccesso colposo di legittima
difesa. Ignorata la nuova
norma sull’uso delle armi per proteggere la proprietà privata

da Palermo

Al rapinatore pluripregiudicato che lo ha picchiato a sangue in una sera d'inverno rubandogli oltre seimila euro - gli incassi di una serata delle sale cinematografiche che gestisce a Palermo - sono stati comminati cinque anni e sei mesi di carcere, il minimo per rapina a mano armata. A lui, cittadino incensurato, è andato invece il massimo della pena, due anni e mezzo, nonostante la richiesta del pubblico ministero fosse di appena cinque mesi. Il suo reato? Ammesso che tale sia, l’aver reagito, due anni fa, durante una drammatica rapina, sparando all'auto dei criminali in fuga e ferendo uno degli aggressori.
È una vicenda dal sapore kafkiano quella che vede protagonista il sindaco di San Giuseppe Jato, Giuseppe Siviglia, imprenditore noto a Palermo perché titolare di alcune importanti sale cinematografiche del capoluogo siciliano. Il primo cittadino eviterà il carcere perché la condanna è coperta da condono. Ma questo lo consola ben poco di fronte a una punizione che sente davvero ingiusta, visto come si sono svolti i fatti.
È lo stesso Siviglia a sottolineare l'assurdità della vicenda: «Il rapinatore pluripregiudicato individuato e assicurato alla giustizia solo grazie alla mia reazione difensiva, pur senza avere mai restituito il bottino, ha ottenuto il minimo della pena nonostante i gravissimi reati di cui era accusato, l'assoluta omertà con cui ha protetto l'impunità dei suoi complici, le dichiarazioni tutte false che ha pronunciato, negando persino l'evidenza. Io, vittima della rapina senza avere mai recuperato il mio denaro, da incensurato per essermi legittimamente difeso e avere evitato che i rapinatori incrociassero mia moglie e mia figlia sono stato condannato al massimo della pena come il peggiore dei criminali. Che certezza c’è in Italia del diritto e della corretta applicazione della legge se due magistrati, entrambi togati, esprimono sullo stesso fatto che mi riguarda due valutazioni cosi antitetiche, con l’ulteriore paradosso che il magistrato pubblico accusatore richiede una condanna a cinque mesi con la sospensione condizionale, mentre il magistrato che giudica mi condanna al massimo della pena. È evidente, e lo dico non soltanto da cittadino ma da uomo delle Istituzioni, che da tutto ciò emerge un deficit di formazione professionale dei magistrati, perché è impensabile che sull’interpretazione e applicazione della legge si possa pervenire a conclusioni così macroscopicamente contrastanti».
I banditi, tra l'altro, erano anche armati.
«Tale circostanza - continua il sindaco - è stata giudiziariamente accertata dalla sentenza che ha condannato il rapinatore da me ferito a cinque anni e sei mesi, appunto per rapina a mano armata consumata ai miei danni. Quindi io ho reagito per difendermi da tre malviventi che mi hanno seguito da Palermo a bordo di un'auto rubata, hanno bucato le ruote dell'automobile dei miei familiari per impedire ogni soccorso, mi hanno aggredito, pestato a sangue, minacciato di morte con una pistola e infine mi hanno derubato di oltre seimila euro. Per di più i rapinatori mi hanno teso l'ignobile agguato all'interno del mio garage, cioè violando il mio domicilio e aumentando, se ci fosse ancora giustizia per le vittime in Italia, la legittimità della mia reazione difensiva. Tra l'altro le perizie hanno stabilito che ho esploso dei colpi non contro i rapinatori ma contro la loro auto».
I fatti risalgono a due anni fa, era il 4 dicembre del 2005. Siviglia, raccolto l'incasso dei suoi cinema palermitani, torna a casa a San Giuseppe Jato. I rapinatori lo pedinano, entrano a forza con lui in garage, lo pestano a sangue e portano via l'incasso. Quindi la sparatoria: un bandito verrà preso, gli altri due no.
Adesso l'epilogo giudiziario. Siviglia, comunque, è tranquillo, nonostante l'amarezza: «Sono certo che non il mitico giudice di Berlino, ma il giudice della Corte di appello di Palermo mi renderà giustizia e riconoscerà la legittimità della mia condotta».