Ferdinando Bruni si racconta: «Milano? La porta dell’Europa»

Definire questo diavolo che entra, esce, sparisce e riappare dal palcoscenico dell'Elfo a quello del Leonardo dopo essere passato anni fa sulla scena del Porta Romana, è praticamente impossibile. Perché Ferdinando Bruni corre sempre indaffaratissimo da un luogo all'altro lasciando trasparire, ma solo a tratti, un'immagine che gli somiglia. Dando spesso e volentieri l'impressione di inseguire se stesso.
Vero? Falso? Chiediamo la sua opinione.
«Non falso, ma falsissimo. Mi muovo in continuazione, non lo nego, ma solo perché organizzare, pianificare, incentivare e soprattutto potenziare due sedi diverse è un impegno che non lascia spazio. Come un gioco a rimpiattino con lo specchio, tanto che a volte si dubita della propria identità».
Ma non della propria collocazione sul palcoscenico milanese.
Non ha mai pensato di continuare la carriera altrove?
«Anche se avessi preso in considerazione una simile eventualità, non avrei potuto. Il teatro dell'Elfo, matrice dei Teatridithalia, è fin dalle origini una realtà meneghina. Impensabile da trasferire sotto altri cieli».
Tutto qui?
«Mi sembra non si possa dire altro. Io e tutti quelli che si sono uniti al nostro gruppo di lavoro, da Elio De Capitani mio omologo sulla scena nella duplice veste di attore e regista a Ida Marinelli e Cristina Crippa, veniamo tutti da esperienze comuni. Fin dalla nostra matrice che è la Civica Scuola d'Arte Drammatica da cui, una volta usciti, è nata la scommessa dell'Elfo».
Scommessa vinta su tutti i fronti, mi pare...
«Scommessa che è tuttora in corso. Perché se, all'inizio, la scelta di restare uniti in un unico luogo prevedeva solo alla lontana l'ipotesi di fondare un teatro destinato alla stabilità, oggi con la prossima apertura, nel 2009, di ben tre sale all'interno dell'ex-Teatro Puccini, siamo diventati praticamente milanesi a vita».
Cosa rappresenta per lei la nostra città?
«Ieri il luogo della formazione e oggi il luogo dell'espansione».
Ossia?
«Vede, noi dell'Elfo siamo tutti figli di Paolo Grassi che han cominciato negli anni Settanta col teatro-quartiere, il decentramento, l'utopia di una città ideale d'arte e cultura aperta sì ai classici del teatro ma soprattutto a ciò che di più curioso, eccitante e innovativo si vedeva sui palcoscenici d'Europa ed America».
In parole povere mi sta dicendo che un progetto simile poteva nascere solamente qui...
«Esatto».
E perché mai?
«Perché solo Milano che, bene o male, rappresenta la porta sull'Europa e sul mondo, era in grado di accogliere dei novellini che fino al giorno prima avevano respirato l'aria di Strehler e i veleni di Fo, l'arte della Mnouchkine e l'estetismo di Chéreau. In un altro contesto saremmo stati presi per degli zombi».
Ma oggi, a parte il teatro, c'è ancora qualcosa che la stupisce in questa città in continuo divenire?
«Più che stupirmi, mi commuovo ancora quando dalle ceneri del passato ritorna, quasi per incanto, il volto della Milano manzoniana coi suoi canali e i suoi avvallamenti che risorgono quando meno te lo aspetti...»
Può farmene un esempio?
«Solo ieri mi hanno avvertito che al Puccini, proprio sotto quello che una volta era il palcoscenico, è stata scoperta l'esistenza di una roggia da cui una volta si attingeva l'acqua. Ecco, ciò che mi commuove oggi è questo: il ritorno di ciò che è stato rimosso che ci ammonisce sul nostro incerto futuro».
Negli ultimi tempi voi dell'Elfo avete riscoperto Testori, dapprima con la nuova edizione della «Monaca di Monza» e poi con «SdisOrè» di cui è stato protagonista. Come mai?
«La risposta è semplice: Testori, da grande poeta lombardo ha dato vita e voce alla Milano di ieri e di oggi. Fino ad esumare in veste di penitente una creatura come Virginia De Leyva e a tramutare l'Oreste di Alfieri in un puro folle ai margini della metropoli».