Ferie dei parlamentari? Ma sì, lasciateli al mare

Chi invoca l’abolizione delle vacanze degli onorevoli fa solo demagogia:
giusto combattere sprechi e privilegi, non alimentare la peggiore
antipolitica

È il momento dell’ammazza-ammazza e del «dài al politico» e dunque è anche il momento della massima demagogia. I politici, o meglio i parlamentari e non è affatto sempre la stessa cosa, cercano di parare la botta e reagiscono demagogicamente: tagliare gli stipendi? Ma certo, siamo d’accordo. Tagliare il vitalizio (che non è una pensione, ma si fa finta che sia la stessa cosa)? Perfetto. Nulla da ridire. E adesso siamo alle ferie: tagliare, anzi annullare le ferie. E qui, se permettete, da parlamentare avrei qualcosa da ridire: si tratta di una questione di principio e di buon senso, senza contare che si sente la necessità di non accompagnare passivamente l’ondata di conformismo che sta pervadendo l’Italia come ai tempi di Tangentopoli.

E allora mi sento di dire che quella di abrogare le ferie parlamentari non è una buona idea. Primo, perché il Parlamento non è affatto oberato di lavoro (discutere e approvare leggi) e, secondo, perché i rappresentanti del popolo hanno bisogno di non farsi bollire il cervello per un ragionevole periodo. Il problema del funzionamento della democrazia è un problema di qualità, non di quantità. E inoltre le ferie sono un diritto del lavoro tanto quanto la pensione, con l’avvertenza liberale che non sono un obbligo. Chi vuole si riposa e chi non vuole alacremente opera. Ma mi sono stupito quando il ministro Calderoli - persona che stimo moltissimo e che ha fatto rigare diritto il Senato come suo vicepresidente imponendo un ritmo di lavoro formidabile e quasi epico - se ne è uscito con la proposta di andarci tutti a chiudere in un campus (un pratone? una università? uno stadio?) per preparare il calendario di settembre. Che significa? Niente: fumo negli occhi per le folle inferocite alle quali non pare vero che si possa in qualsiasi modo colpire la famosa casta, su cui si dicono tante cose vere ma anche tante sciocchezze.

Ne vogliamo dire una per tutte? Non c’entra con la questione delle ferie ma con la storia dello stipendio faraonico che i parlamentari italiani prenderebbero rispetto ai loro colleghi inglesi, francesi tedeschi ed europei. È una balla generata da un elemento di disordine: in Italia e soltanto in Italia si mettono nella busta paga del deputato, o senatore, i soldi che questi è obbligato a dare ai suoi collaboratori, che villanamente ormai tutti chiamano portaborse e che invece sono la condizione stessa del lavoro parlamentare. Lo Stato mette in tasca al parlamentare quei quattromila euro, questi li dà ai collaboratori, ma risulta che siano parte del suo stipendio. Negli altri Paesi i collaboratori li paga direttamente lo Stato e per cifre doppie e triple e quadruple rispetto a quelli italiani. Il «costo della politica» è alla fine maggiore là che qua, ma se provi a dirlo in giro ti assalgono, perché la moda è soltanto quella di urlare, tagliare e chiedere il sacrificio umano.

Fra i tagli geniali è venuta fuori la questione delle ferie: tagliate le ferie ai politici e mandateli a lavorare. Dove? A fare che? Non è chiaro. Avete idea quanto costa soltanto di aria condizionata, luce, straordinari al personale, tenere aperto il Parlamento per un mese in più? Ma a nessuno importa che si raggiunga la produttività, quanto la punizione, il castigo, la perdita dei privilegi veri o immaginari. Volete una formula senza costo per quintuplicare il lavoro parlamentare? Semplice: riducete a un minuto di sessanta secondi i tempi di intervento in aula. Come a Bruxelles. Invece il Parlamento è inondato da discorsi prolissi di destra e di sinistra, leghisti e dipietristi, fiellini e radicali, perché l’italiano quando ha in mano un microfono non glielo togli più di mano e sproloquia come un avvocaticchio di provincia senza rinunciare all’enfasi e agli effetti speciali

Volete fare in modo che la gente non si infuri e non se la prenda con il Parlamento? Beh, allora non si annuncia prima una manovra economica che applica il superbollo alle grosse cilindrate, Suv e altro, e poi si ritira il superbollo e si introduce il ticket sanitario a chi va al pronto soccorso. Lì, la gente, s’incazza. E ha ragione perché il messaggio che passa è: pensavamo di togliere un po’ di soldi ai ricchi ma poi ci abbiamo ripensato e abbiamo scelto di toglierlo ai poveri. Tecnicamente non è così, ma quel che importa è il messaggio che «la politica» non soltanto spreme la povera gente, ma la prende per i fondelli, magari mentre va in ospedale. Prova ne sia che Bossi, cui non manca il fiuto, ha lanciato l’idea di aumentare il prezzo delle sigarette e ritirare il ticket sanitario. Non entro nella questione dei calcoli, ma degli umori, del comune sentire della gente che se si crede sbeffeggiata diventa una furia, un monoblocco di indignazione che viene scaraventato sull’intera immagine del Parlamento e dei suoi componenti. Sarà ora molto difficile sfuggire alla demagogia, alla ventata già respirata tante volte su cui è molto facile soffiare. Dunque è possibile, forse probabile, magari certo che alla fine siano tagliate anche le ferie.

Ma c’è qualcosa che i parlamentari potrebbero fare di loro scelta in questa situazione? Io penso di sì e che quel che possono e devono fare è mantenere uno stile sobrio, composto, modesto, laborioso, senza cedere agli umori, ma rispondendo con il loro lavoro, anche denunciandone pubblicamente gli sprechi, che non coincidono sempre con i privilegi. E lì la lista è lunga: basti pensare che Napolitano ha ottenuto 15 milioni di risparmio sulle spese dell’apparato del Quirinale e quanto al suo stipendio, non se lo è ridotto ma ha rinunciato ad ogni aumento futuro.