La ferita dell’Armenia allontana Turchia e Ue

Devo confessare che fino all’anno scorso ero favorevole all’ingresso della Turchia nella Ue. Ritenevo che un inserimento europeo avrebbe evitato alla Turchia tentazioni fondamentaliste e che i musulmani conservatori al potere avrebbero potuto essere democratici come lo fu da noi la Dc, partito di dichiarata ispirazione religiosa. Era, la mia, suppergiù la posizione di Berlusconi. Di parere contrario, prima di diventare papa, il cardinale Ratzinger. Poi, il tempo e gli eventi hanno modificato le opinioni. Così, recandosi in Turchia, Benedetto XVI ha dovuto dichiararsi non contrario all’ingresso turco nella Ue, quantunque fosse intervenuto nel frattempo l’omicidio di don Santoro. Poi c’è stato quello di Hrant Dink e qualcuno, tra cui il sottoscritto, ha cominciato ad avere qualche perplessità. Già, perché il povero Dink entrava e usciva dai tribunali ch’era un piacere (si fa per dire) per via del famoso articolo 301, la norma che punisce l’offesa all’identità nazionale turca. La ragione del contendere era sempre la solita: il riconoscimento del genocidio armeno, che quasi tutta l’Europa ha ammesso ma di cui la Turchia non vuole sentir parlare. Abbiamo appreso del cappellino dell’omicida, diventato un cult per molti giovani da quelle parti. Abbiamo appreso (e visto le foto) che l’omicida era stato trattato quasi come un eroe dalla polizia. Abbiamo appreso anche, e con piacere, che ci sono inchieste per questo e che alcuni funzionari sono stati rimossi. Abbiamo appreso, pure, che l’omicidio poteva essere evitato ma non è stato mosso un dito. E abbiamo appreso che la stampa locale su questo non era stata reticente. Bene. Su queste stesse colonne avevo a suo tempo commentato l’edificante spettacolo del funerale di Dink, aggiungendo che la Turchia doveva fare ancora molto lavoro su se stessa per poter aspirare alla Ue. Ma mi ero preso gli insulti di un lettore e un severo rabbuffo dell’ambasciatore turco, il quale mi aveva ricordato le migliaia di cartelli con su scritto «siamo tutti armeni» presenti al funerale. Peccato che, pochi giorni fa, proprio quei cartelli hanno provocato l’ennesimo intervento del famoso articolo 301. Infatti, il tribunale di Sisli, il quartiere di Istanbul dove ha sede la rivista Agos diretta dal defunto Dink, ha aperto un procedimento nei confronti degli organizzatori del funerale e addirittura del responsabile amministrativo del quartiere, che era presente al funerale-manifestazione. Giustamente la collaboratrice da Istanbul del Giornale, la coraggiosa Marta Ottaviani, così concludeva il suo articolo in merito: «Un brutto colpo per la società civile turca, che proprio con i funerali di Dink aveva recuperato un filo di speranza». Infatti, il punto è proprio questo: c’è almeno una fetta di società civile turca che, a quanto pare, vorrebbe una buona volta prendere le distanze da un certo passato. Tuttavia, essa non ha la forza elettorale per un vero cambiamento. Il che vuol dire che è minoritaria. Dunque, sono costretto a ribadire che la strada verso la Ue è, per la Turchia, ancora lunga.