Fermiamo quel pezzo di Cina che fa affari in via Sarpi

La rivolta dei cinesi scoppiata la scorsa settimana a Milano, in via Paolo Sarpi, ripropone, dopo il caso di via Anelli a Padova, la spinosa questione dell’integrazione multirazziale che per il nostro Paese è solo di recente attualità. Nella Chinatown milanese è bastato un normale controllo eseguito da un vigile urbano su un abitante del posto per scatenare una protesta, che evidentemente covava da tempo sotto le ceneri del quartiere meneghino. I tumulti hanno provocato qualche decina di feriti, ma soprattutto focalizzato l’attenzione dei media su uno spaccato di vita sconosciuto al resto d’Italia e troppo spesso ignorato dalla classe politica, sia locale che nazionale. Le immagini diffuse dai telegiornali ci hanno riportato alla mente un altro episodio simile, ma per dimensioni ben più grave e drammatico di quello accaduto in via Sarpi, vale a dire la sommossa organizzata nei sobborghi di Parigi da alcune comunità di maghrebini, che lo scorso anno misero a ferro e fuoco le periferie della capitale francese per diversi giorni, prima di essere sedata dall’allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy, guadagnatosi per l’occasione l’appellativo di ministro di ferro. L’episodio parigino mise a nudo la colpevole sottovalutazione, da parte delle autorità francesi, del fenomeno dell’immigrazione selvaggia che aveva interessato il Paese transalpino negli ultimi decenni. In via Sarpi qualcuno deve aver pensato che in quella strada si potesse costruire un pezzo di Cina lasciando fuori Milano e la Lombardia. Chi lo ha fatto o pensato venga ricondotto alla legalità.