Fermo al bivio tra Bush e Hollywood

Fra belle scene d’azione e brutte scene di recitazione, come sempre nei film di Steven Spielberg, La guerra dei mondi impasta l’archetipo dell’invasione spaziale cinematografica - La guerra dei mondi di Byron Haskin (1952) - coi recenti luoghi comuni patriottici e le esigenze bushiane di rilanciare i valori familiari. Fin qui c’è coerenza nel film. Però poi Spielberg - con gli sceneggiatori Josh Friedman e David Koepp - vuol anche accontentare la dissidenza pacifista hollywoodiana. Allora oppone il pacifista e fuggiasco operaio urbano e divorziato impersonato da Tom Cruise al combattivo, stanziale, rurale, sposo e padre felice (fino all’invasione) impersonato da Tim Robbins; col primo che uccide il secondo a mani nude, nonostante la sproporzione!
È comunque proprio la parte politica a offrire le sole battute di una qualche efficacia: quella del figlio di Cruise che chiede al padre se gli invasori spaziali siano «europei»; e quella di Robbins che si presta bene all’Irak: «Gli invasori non vincono mai». La parte «bellica» è sempre altamente professionale, ma - dopo Indipendence day e la distruzione di New York e Washington - vedere distruggere Newark (New Jersey) sembra poca cosa.
A Spielberg non dispiace rifare film altrui. A dispiacersene è il pubblico, che resterà facilmente deluso da questa Guerra dei mondi che non regge il confronto con the day after Tomorrow. Alla vigilia della sessantina, però, Spielberg non sa più rinnovarsi. Sono infatti rare le novità rispetto al modello originale e quelle poche sono autocitazioni: i marziani - una volta si diceva così - sono un po’ i genitori di Et, un po’ i Gremlins (tutti personaggi di film diretti o prodotti da Spielberg). E gli abiti che volteggiano nell’aria, quando i corpi umani sono esplosi, colpiti dal laser; o che cadono dai «tripodi» degli invasori che li hanno dissanguati, evocano la pioggia di cenere nella Lista di Schindler.
Ancora una volta nel cinema di Spielberg il momento più forte è quello del linciaggio. Quando vuole mostrare la propensione americana alla violenza (l’ha fatto da Sugarland Express fino a A.I.), Spielberg è ancora lui.
L’unico cambiamento sostanziale è piuttosto un capovolgimento. Il regista buonista di Incontri ravvicinati del terzo tipo e di Et diventa cattivista nella Guerra dei mondi, adottando la logica dell’«o noi o loro». Senza nemmeno sperare - in questo proprio uguale al film di Haskin, girato durante la guerra di Corea - che i «buoni» possano vincere senza l’aiuto di Dio e dei suoi aiutanti, che qui non sono angeli, ma microbi ai quali i marziani non sono immuni. In tempi di immunodeficienza acquisita (Aids), è strano che la comunità gay americana non sia insorta...

LA GUERRA DEI MONDI di Steven Spielberg (Usa, 2005), con Tom Cruise, Tim Robbins, 110 minuti

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