FERNANDO BOTERO La vita «a tutto tondo»

In mostra la serie inedita sulle torture ad Abu Ghraib Botero: «Non potevo ignorare quanto accaduto»

Un’arte che esalta l’uomo, la vita, il colore. Dove non c’è posto per quella «passione dell’oscurità», in cui sembrano cullarsi molti artisti contemporanei. In queste poche parole sta tutto Botero, insieme ai suoi ingombranti personaggi. Da oggi e fino al 16 settembre il maestro colombiano torna a Milano dopo vent’anni, con una mostra a Palazzo Reale (catalogo Skira) che raccoglie 150 lavori degli ultimi 10 anni, completata da sei sculture dislocate in città tra Piazzetta Reale, Galleria Vittorio Emanuele, Castello Sforzesco, Corso Vittorio Emanuele e Stazione Centrale. «Io credo che l’arte debba trasmettere gioia - spiega Botero -. Penso ad artisti come Tiziano, Botticelli, Giotto, agli Impressionisti, in grado di dare piacere a chi osserva le loro opere». Un’idea ribadita anche dall’assessore Vittorio Sgarbi, che esordisce con un «Botero è un grande», se la prende con chi (la Biennale di Venezia) non è stato in grado di capirlo e ne esalta la «raffaellesca perfezione». Polemiche a parte, Botero ha un’indubbia capacità comunicativa che lo distingue da molti artisti contemporanei e lo fa apprezzare al grande pubblico: «Io punto alla semplicità, alla chiarezza - dice il maestro colombiano -. Non condivido la scelta di quegli artisti che, ad esempio, danno titoli enigmatici alle loro opere, lasciando che la gente si interroghi per intuire qualcosa che forse non esiste neppure». Poco importa se questa schiettezza gli abbia spesso attirato gli strali di certa critica che, per dirla con le parole di Sgarbi, ama un’«arte anoressica e sofferente». Tutto l’opposto degli «omoni» e delle «donnone» di Botero che si muovono in una quotidianità fatta di colori pastello e forme rotondeggianti che catturano lo sguardo (dare un’occhio ai tre ipnotici vasi di fiori in giallo, blu e rosso per credere) e sembrano davvero inneggiare alla vita. Una vita che, comunque è rappresentata anche nei suoi momenti tragici (come il suicidio) o «scabrosi» (vedere «Fine della festa»), ma senza commenti o moralismi sottesi. Unico filo conduttore, una sottile ironia che prende ancora più corpo nella speciale sezione dedicata al circo, il soggetto ideale, dice Botero, per dare libero sfogo alla creatività. Altra storia, invece, per la sezione dedicata alle violenze sui detenuti del carcere iracheno di Abu Ghraib. Gli uomini sono sempre in «stile Botero», ma non vi è traccia di ironia. L’unico sentimento che ha mosso l’artista è l’indignazione: «Non potevo ignorare quanto accaduto - dice Botero -, tanto più che si tratta di crimini commessi da appartenenti ad una nazione, gli Stati Uniti, che si proclama paladina dei diritti civili». Anche in questo caso le tele parlano da sé.
Da oggi e fino al 16 settembre a Palazzo Reale
Ingresso 7 euro - Ridotto 5 euro
Tutti i giorni: 9.30-19.30
Giovedì 9.30-22.30
Lunedì 14.30-19.30