«Ferrando, il compagno che non sbaglia»

(...) così questa militanza politica che s'intreccia con la vita. Che gli chiedi perché le parole di Ferrando sono scivolate pulite sulle loro teste pensanti. Anzi. Solidali con lui, compatti come mai, perché il compagno quelle cose le dice da sempre. Tu, pesce fuor d'acqua, che più che Rifondazione non capisci, fai fatica. In più sei del Giornale. In più c'è quel «trotzskisti» che li dipinge bestie rare, che quasi te l'immagini fisicamente diversi mentre l'immaginario ci sguazza a proiettarne le ombre. Macchè. Sei accerchiata. Nessun paravento. Una sigaretta, un giro di sguardi. A carte scoperte.
Sanno bene dove vuoi andare a parare, che l'intervista sul Corriere l'hanno letta a denti stretti, e il ritiro della candidatura di Ferrando anche. «Aspettiamo la comunicazione ufficiale, poi decideremo cosa fare - buttà lì Giorgio Magni, circolo di Cairo Montenotte, Valbormida -. Sono sconcertato. Quello che ha detto Ferrando non mi sembra così grave. Del resto certe cose sono già state dette da altri nomi noti. È che Bertinotti doveva difenderlo. All'interno fai tutti i processi che vuoi, ma fuori stai con lui». Parole pesanti, di chi non molla d'un centimetro. Li chiamano i duri di Rifondazione. Un'altra sigaretta. Se l'accende Marco Veruggio, coordinatore regionale di Progetto Comunista, la mozione di Ferrando all'interno di Rifondazione. Ci teneva ad esserci. Che sono tutti una famiglia. «Macchè duri e duri». Ti aspetti che lo sguardo s'infiammi e la barba tendente a Marx sussulti. Niente. È misurato, cerca di farti capire cosa significa credere in un progetto politico: «La posizione che sosteniamo all'interno del partito è che la società non cambia, il lavoratore non cambia, se la società partecipa a governi rappresentativi degli interessi delle grandi lobby economiche e finanziarie. Dove sono finiti la lotta di classe, il conflitto sociale, la mobilitazione delle masse? È sbagliato entrare in un governo di coalizione col centro sinistra. Solo un governo espressione diretta dei lavoratori può cambiare la situazione».
Hanno capito che ne sai poco, allora ti dicono che Progetto Comunista nasce tre anni fa, ma la componente dentro il partito cresce con Rifondazione. Sembra l'anima autentica, quella che non fa sconti, che a patti non ci scende. Fai fatica a riportare il discorso sulle dichiarazioni di Ferrando, «la polemica adesso è centrata sulla politica estera, ma non dobbiamo perdere di vista i grandi temi sociali». E poi la stoccata alla maggioranza bertinottiana: «L'essere subalterni nei confronti del centro sinistra determina in Rifondazione una mutazione genetica». Ti dice di darti un'occhiata a Marx alla luce degli scandali finanziari dell'ultim'ora. È vangelo. È il credo che tiene compatti. Che non ha bisogno di sedi per raccontarsi, ma di persone che s'incontrano appena possono e ovunque. Un sistema che sembra d'altri tempi. «Ferrando è iscritto a Finale Ligure. Lì all'ultimo congresso abbiamo contato una trentina di voti». Il professore ha un gran talento, e ha fatto scuola. Ma quell'approccio misurato di Veruggio diventa adrenalina pura con Alessandro Borghi, operaio, delegato Fiom Cgil alle acciaierie di Cornigliano: «Sostengo Ferrando e la sua posizione. Tutta la faccenda è chiaramente strumentale. Ne fanno una questione politica quando sarebbe più utile parlare ad esempio del problema salariale, della questione operaia». Gli occhi gli brillano, la cortina di fumo sulle note della lotta di classe ti fa pensare a Miracolo a Milano e La classe operaia va in paradiso. Solo un flash.
Incalzato da una coerenza che non ammette sbandamenti, dalla «innocenza» pasoliniana che sembrava persa. «Quanto è successo è frutto di un'operazione politica e giornalistica gestita dal Corriere e dai moderati dell'Unione», si scalda Giacomo, studente di filosofia. «Il loro obiettivo non era Ferrando, ma Rifondazione. Hanno utilizzato le candidature che potevano spaventare la borghesia italiana come strumento di pressione per chiedere garanzie a Rifondazione. Che ha detto sì e si prefigura come un partito a sovranità limitata». Ancora silenzio. Fai l'ingenua e butti lì che forse per una candidatura valeva la pena pesare bene le parole. Ti guardano perché allora non hai capito niente, «ci sono posizioni di principio che non possono essere compromesse». Altra occhiata di ritorno: «Non siamo d'accordo sulla decisione di cancellare la sua candidatura. Tutto è partito da un libro scritto tre anni fa, su una questione che purtroppo si esaurisce in un titolo a nove colonne».
Arriva anche Patrizia Turchi. Che da Rifondazione è uscita pochi giorni fa. Che alle amministrative di Savona s'è buttata nella sinistra di Franco Astengo contro centro destra («inesistente») e centro sinistra («da mani nei capelli»), «perché Rifondazione, da 12 anni all'opposizione, adesso entra nella coalizione. E io non ci sto». Patrizia però è sempre una compagna, di quelle di Ferrando. La erre arrotata, psicologa da cannocchiale rovesciato, amareggiata per il ritiro della candidatura del professore, spara a zero: «Rifondazione è diventato il luogo politico dove pluralismo e capacità critiche sono cancellate nel nome della governabilità. I candidati devono dimostrare a D'Alema di avere un passato specchiato e Rifondazione si trova a rinnegare la sua natura». Le chiedi perché, teorica della linea dura, ha mollato. Lei ribatte che ha lottato fino all'ultimo. L'aria è bella spessa. Cominci a sentire cos'è questo «trotzskismo» che hai letto sui libri, con Patrizia che dice a Marco: «Ma sai quanti compagni mi hanno telefonato allarmati? Rifondazione si fa le pulci perché glielo ordina Prodi. Ti rendi conto?» Ci provi ancora una volta. Ma Nassirya? «Con tutto il rispetto per chi soffre, siamo o no forze di occupazione?» La spirale ti risucchia, non ne esci. Non ne escono.