Ferrando difende falce e martello: "Noi, la vera sinistra"

Continua la querelle sul nuovo simbolo della sinistra arcobaleno. In antitesi il leader dei lavoratori comunisti: "Punto di riferimento per i milatanti di sinistra"

Roma - La Sinistra arcobaleno ha "cancellato" falce e martello dal proprio simbolo. Diliberto si è "dispiaciuto", ma deve guardare avanti: la candidatura di Bertinotti a premier, la "Cosa rossa" che poco alla volta prende forma in antitesi al Pd e via dicendo. Ma tutta questa "avanguardia" non piace proprio a Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori.

I militanti critici "La presenza alle elezioni del Partito Comunista dei Lavoratori, con il simbolo di falce e martello, si sta trasformando in questi giorni nel punto di riferimento di settori crescenti di militanti critici delle sinistre arcobaleno e di avanguardie operaie e di movimento". Ferrando vuole raccogliere tutti quei militanti e attivisti, in particolare tra i lavoratori che "non accettano la liquidazione dei simboli storici del lavoro". "Tanto più dopo due anni di politiche antipopolari votate dai ministri arcobaleno, col viatico del presidente della Camera - spiega - il Partito Comunista dei Lavoratori rivolge dunque un appello alle decine di migliaia di militanti comunisti di Prc e Pdci che non vogliono piegare la testa, perchè si raccolgano attorno al Pcl e alla sua campagna elettorale". Insomma, non è l’ora della demoralizzazione dell’abbandono. "È l’ora - conclude Ferrando - di ricostruire un partito di classe coerentemente anticapitalista che non baratti le ragioni dei lavoratori con ministeri e cariche istituzionali. Il Pcl è la casa naturale di tutti i comunisti onesti e disinteressati che vogliono impegnarsi per questo progetto".

Lo strappo con il Prc Nel maggio 2006 entra in collisione con la direzione del Prc sul rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan. Da qui la propria candidatura (presentata provocatoriamente) alla segreteria, alternativa a quella di Franco Giordano. Mentre due ordini del giorno vengono approvati, quello di Ferrando viene respinto sia dalla maggioranza del partito sia dalle minoranze (L'Ernesto e "Sinistra Critica"). Ferrando critica duramente sia le aree di Grassi e Cannavò sia la maggioranza di Giordano. Dopo lo scontato voto di fiducia dei senatori rifondaroli al governo Prodi, i sette dirigenti appartenenti alla corrente abbandonano il partito per fondare una nuova forza politica "di sinistra e di opposizione".