FERRANDO «La sinistra è stalinismo travestito»

Lo scissionista di Rifondazione: «Quella che chiamano “cultura di governo” è l’eredità della ideologia sovietica»

L’unico accenno di emozione nel tepore di una serata romana a Piazza del Popolo tradisce Marco Ferrando quando accenna al surf, la sua grande passione: «M’è venuta a trent’anni, sono andato alle Canarie, ho visto questo spettacolo sulle onde e m’ha preso il trip. Mi fa incazzare che qualcuno lo scambi per uno sport da ricchi». Si parla della Plage d'Anglet, di Biarritz, dei film di John Milius «che era però un regista un po’ di destra». Fa niente, il surf è postideologico: «Peccato, lo posso praticare solo una settimana all'anno». Perché Ferrando deve pedalare. Non è stato facile prendere un appuntamento con questo barbudo professore ligure che combatte con un’agendina mostruosamente piena di sit in, cortei, scioperi, manifestazioni. Da quando a febbraio Ferrando ha fatto notizia dichiarando la legittimità della «resistenza» irachena, e a saltare per aria questa volta è stata la sua candidatura al Senato, non s’è dato per vinto e ha messo su il Movimento costitutivo del Partito comunista dei lavoratori, cinquantotto caratteri, spazi inclusi, per definire l'ultima scissione da Rifondazione comunista. Nota di costume: sarà il fascino del rivoluzionario, ma quest'estate ha ricevuto più applausi di donna Assunta Almirante dalla borghesissima platea di «Cortina In-con-tra».
Cosa pensa un oppositore di sinistra delle conquiste vantate da Romano Prodi nel suo primo semestre, le «riforme strutturali scomode» e l'intervento in Libano «non come comparse ma come attori».
«Prodi ha perfettamente ragione, sono le conquiste dell'Unione».
Ferrando, che fa, sfotte?
«Le riforme strutturali sono il pegno pagato alle grandi imprese e alle banche, che hanno investito sul centrosinistra e hanno avuto in cambio il Tfr, la previdenza integrativa, le agevolazione fiscali, la concertazione per accontentare Confindustria. Quindi capisco l’esibizionismo di Prodi. Sul piano della politica estera è anche vero che l'Italia si sta conquistando, più grazie a Massimo D’Alema che a Prodi, un suo ruolo nel multilateralismo. Ma è un protagonismo nel novero delle grandi potenze finalizzato a consolidare l'egemonia occidentale e di Israele sul Medio Oriente. Quello che mi sciocca è che tutta la sinistra dovrebbe scendere in piazza esattamente per le stesse ragioni per cui Prodi difende la sua politica. E invece ti ritrovi la sinistra, compresa quella che prima si definiva “antagonista”, che vota la politica prodiana...».
Il presidente del Consiglio ha definito il corteo della Casa delle libertà del 2 dicembre «una manifestazione di basso livello, basata sul niente». Lei, apostolo della piazza, è d'accordo?
«Non mi interessano i giudizi di tipo etico-morale. Quella di sabato è una manifestazione a carattere reazionario, l'humus politico-culturale è populista. Constato che è uno spirito reazionario che continua a dimostrare un notevole potere di trazione anche sui ceti popolari. Prodi dovrebbe pensare alle colpe che ha questo governo nel regalare alla destra la rappresentanza di quote significative del lavoro dipendente e dei piccoli lavoratori autonomi».
Anche nel 1998 dichiarava lo stesso: «Il governo Prodi ha massacrato i ceti popolari» e «ha lasciato alle destre il monopolio dell'opposizione». Non è cambiato niente.
«Pensi a questo anziché lasciarsi andare a giudizi sbrigativi su chi fa il proprio mestiere di opposizione».
Lotta comunista, Lega socialista rivoluzionaria, Gruppo bolscevico-leninista, Lega comunista rivoluzionaria IV internazionale, Democrazia proletaria, Associazione Marxista Leninista Progetto comunista: è un elenco incompleto delle formazioni in cui ha militato. Adesso è la volta - azzardiamo un acronimo - del Mcpcl. Lei è un simbolo vivente della sindrome frazionista della sinistra, lo ammetta.
«Abbiamo messo insieme il sette per cento di Rifondazione più altre mozioni più qualche bertinottiano più militanti del Pdci più sindacalisti di base più movimentisti anti-guerra più elettori delusi. Vede? Paradossalmente, la nostra esistenza va in controtendenza rispetto allo scissionismo».
Questa la deve spiegare meglio: fa l'ennesimo partitino e parla di controtendenza?
«Sì, di controtendenza rispetto allo scissionismo silenzioso che nella sinistra è partito tanto tempo fa, con il compromesso storico. La fine del Pci e la svolta moderata della sinistra stanno provocando un esodo silenzioso di migliaia di persone che si rifugiano nella dimensione del “privato” e nell'astensionismo. Oggi la sfida è costruire una sinistra di opposizione su una base politica e programmatica non posticcia. Che vuol dire non solo opposizione a Prodi, ma una vera politica anticapitalista. Ancora trotzkista? Sì. Si può aggiornare quello che si recupera, non quello che si rimuove».
Otto anni fa diceva e scriveva le stesse cose. E allora perché aspettare così tanto per rompere con Rifondazione?
«Se avessimo rotto prima non saremmo stati credibili. Abbiamo fatto l’opposizione in un partito di opposizione che voleva andare al governo. Anche quando Bertinotti veniva visto da quelli dell’Ulivo come uno sfasciacarrozze e da altri come l'alfiere dei movimenti, abbiamo sempre denunciato che voleva solo costruire una “massa critica” per contrattare posti di governo. Tant’è che la mia epurazione, gestita con la complicità del Corriere della sera, è il pegno pagato per questa ambizione governativista che passa per la ripulitura da ogni forma di antagonismo».
Epurazione... sembra che accusi il suo ex segretario di autoritarismo.
«Sono le scorie dello stalinismo».
Prego?
«Lo stalinismo sopravvive nella sinistra di governo ed è naturale, dato il suo peso storico nel grosso dei gruppi dirigenti della sinistra. Ma c’è dell’altro: sopravvive l'eredità di un impianto ideologico staliniano che trova nella ricerca del governo con la “borghesia buona”, in funzione legittimante, uno dei codici della propria strategia. La “cultura di governo” è il travestimento dello stalinismo».
Lei ha teorizzato la costituzione di un «polo autonomo di classe» con il Pdci e la sinistra Ds contro il «centro liberale» prodiano. Ci crede ancora?
«È una proposta-sfida che rivolgiamo a quelle forze che ancora formalmente si richiamano alle ragioni sociali della sinistra: il popolo è incompatibile con il centro dell'Unione».
Il Partito democratico può essere un acceleratore di questo processo?
«Certo, il Pd cambia tutto il quadro della rappresentanza della sinistra in Italia. Se la maggioranza dei Ds rompe con il percorso iniziato alla Bolognina, qualcun altro a sinistra del Pd, una carovana che parte da Mussi e finisce a Bertinotti, rilancerà la socialdemocrazia. Questi vogliono mantenere le radici sociali, ma per svenderle ai poteri forti. Il terzo spazio che si apre è il nostro».
Lei ha sempre avuto l'ossessione di un governo Prodi-Monti benedetto dalle banche.
«Li abbiamo visti tutti un anno fa i banchieri in fila per votare il leader dell'Unione...».
Sia sincero, a questo punto non è meglio il populismo berlusconiano?
«Abbiamo fatto una battaglia campale per la caduta di Berlusconi anche quando Bertinotti, che non aveva ancora stretto l'accordo con Prodi, diceva che il Professore e il Cavaliere pari erano. Invece ci ritroviamo con la forza dei movimenti che è stata “stoppata” e le loro ragioni accantonate del tutto dall’Unione. Da questo punto di vista, il paradosso è che proprio questa politica dell'Unione è il volano del recupero di Berlusconi, mediante la costruzione di un blocco sociale reazionario. Se fai una legge finanziaria per le grandi imprese tutta scaricata sul ceto medio, offri una bandiera alla destra per ricomporre un blocco sociale populista. Se si lascia alla destra il monopolio dell’opposizione perché si pensa a difendere il grande capitale, se manca una vera opposizione di sinistra, si rischia di distruggere il movimento operaio. Semplifico: il confronto è tra “il governo del Padrone” dell'Unione e il “governo dei padroncini” del centrodestra».
(6.Continua)