Ferrante cerca alleati: «Voto agli immigrati»

Gianandrea Zagato

Ma guarda cosa tocca fare a Bruno Ferrante per gareggiare. L’ex prefetto che i Ds candidano a sindaco di Milano sa di essere stato scelto, come ammettono i vertici della Quercia, perché «l’Unione non basta» per battere il centrodestra.
L’alleanza del centrosinistra non dà il governo della città e, quindi, l’ex inquilino della Prefettura deve trovare altri consensi. Dove? Tra gli immigrati: «Già, sono una risorsa per la città. Vanno coinvolti nella vita ambrosiana perché non sono cittadini di serie B. Un primo passo? Propongo che votino nelle primarie del 29 gennaio». E dopo? Be’, c’è l’assessorato all’Immigrazione e la certezza di Milano città aperta, «non c’è solidarietà senza legalità, senza politica dell’accoglienza». Come dire: «Bisogna cominciare a porre il problema della loro piena integrazione, anche sul piano della rappresentanza politica». Messaggio chiaro. Applausi calorosi degli ospiti dell’associazione «Milano domani».
Che diventano più tiepidi quando l’ex rappresentante del Governo affronta la strategia politica dell’Unione, «l’allargamento anche alle forze laiche, riformiste e socialiste». Nessuna sorpresa, naturalmente: all’appello manca ancora il sostegno «riformista e socialista» alla candidatura di Ferrante che, ricorda Roberto Biscardini, «è frutto dello stesso metodo con il quale i Ds scelsero Dalla Chiesa, Fumagalli e Antoniazzi». Strappo che non si rimargina certo nel salone d’onore di Palazzo Visconti, dove non c’è traccia della cosiddetta società civile. Ma dove non mancano eletti dei consigli di zona pronti a genuflettersi al Ferrante sindaco: motivo? «Bisogna trasferire risorse e poteri alle circoscrizioni trasformandole in municipalità». E mentre preannuncio un portafogli più gonfio per i consigli di zona, Ferrante perde il resto delle due orette del dibattito-confronto in dichiarazioni d’amore per Milano, a favore dei giovani ma pure degli anziani e nella promessa che lui «non sarà un sindaco alla Cofferati».
Garanzia di un rapporto non conflittuale ma solidale con no global, centri sociali e girotondini se conquista la poltrona più alta di Palazzo Marino, con tanto d’impegno programmatico «a dare una risposta alla seconda e alla terza generazione di stranieri che hanno richieste ben più sofisticate di quelle della prima generazione, che ha avuto esigenze basilari come la casa e il lavoro». È il «sindaco alla Ferrante», come si autoproclama.
Visione di una Milano dopo-Albertini che sceglie il commissariamento, denuncia Bruno Tabacci: «Prova che c’è difficoltà nel produrre politica di qualità». Debolezza di un centrosinistra senza appeal incapace di offrire a Milano «un direttore d’orchestra politico»: «Necessità di una gestione politica che per Milano è ancora più necessaria che in altre aree del Paese» chiosa Alessandro Profumo, ad di Unicredit. Critiche che fanno venire l’orticaria al «compagno» prefetto, ormai troppo abituato allo sdilinquimento buonista dei salotti diessini.