Ferrante e il trampolino dei sospetti

Quando un servitore dello Stato decide di partecipare alla lotta elettorale - è il caso del dimissionario prefetto Bruno Ferrante, candidato sindaco per il centrosinistra - i problemi che ne derivano non sono soltanto politici. Direi addirittura che i problemi politici sono quelli di minor conto. Intendiamoci. I servitori dello Stato - siano essi prefetti o magistrati o ambasciatori o generali - hanno, al pari d’ogni altro cittadino, pieno diritto di aspirare a un seggio a Roma o a Strasburgo, o alla poltrona di Palazzo Marino, o ad altro. Ma il nudo diritto è cosa diversa dall’opportunità, e dalla trasparenza.
Resta un’ombra su candidature di personaggi il cui ruolo esigeva imparzialità, che si proclamavano imparziali e che mentre lo proclamavano già avevano maturato scelte partitiche precise. Resta inoltre più d’una perplessità sulla disinvoltura con cui vengono messi a frutto, nell’arena politica, il prestigio e la notorietà acquisiti apparendo, agendo e parlando nel nome della Repubblica italiana, nonché dei più alti principi. Si può avere il sospetto che il dovere e il potere di chi rappresentava lo Stato fossero in realtà uno strumento, o un trampolino, per futuri traguardi e incarichi.
Il disagio è accresciuto, nel caso di Bruno Ferrante, dal fatto che il suo legame con Milano ha un’impronta burocratica di destinazioni e designazioni ministeriali, non di vita vissuta con la gente comune. Poi tutti s’innamorano di Milano, d’accordo, ma l’essere milanese è cosa diversa. Quando Edmondo Berselli, su Repubblica di ieri, afferma che Ferrante «è il candidato di movimenti e gruppi della società civile che hanno condiviso il suo impegno nelle emergenze urbane e sociali», viene da chiedersi se egli condividesse anche le decisioni del governo nel momento stesso in cui lo rappresentava. Scrivo queste cose senza voler sminuire le qualità del dottor Ferrante. Ho avuto molta stima per lui, come prefetto, e di sicuro non la rinnego. Soltanto mi ha alquanto sorpreso il passaggio dalla neutralità alla belligeranza. Ho accennato che i problemi posti da queste candidature sono, oltre che politici, o forse prima che politici, problemi etici. Si tratta di conciliare un cursus honorum - se vogliamo essere più terraterra, una carriera - durante la quale ci si è dichiarati super partes, con la conversione ad una parte. Nulla di immorale e ancora meno di illecito, sia chiaro. Ma, diciamolo schiettamente, un fumo di spregiudicatezza lo si può avvertire. Come per i televisivi che vanno a Strasburgo sfruttando la popolarità acquisita gratis in Rai: ma loro hanno un codice di comportamento più indulgente.
Poste queste riserve, va dato atto a Ferrante d’un gesto che dissipa possibili equivoci ed evita situazioni ambigue. L’ex prefetto ha annunciato le sue dimissioni non revocabili dall’amministrazione. Questo è un buon esempio che secondo me dovrebbe essere non solo suggerito ma imposto a tutti i servitori dello Stato, se aspirano a poltrone politiche. I dipendenti pubblici hanno tanti vantaggi, coloro che arrivano ai vertici ne hanno tantissimi. Insieme ai vantaggi essi hanno un dovere: il cittadino deve potersi rivolgere al prefetto o al magistrato sapendo che né l’uno né l’altro è schierato, che non prenderà decisioni derivanti dalle sue convinzioni politiche o ideologiche. Questa è utopia, si obbietterà, di tanti magistrati ad esempio si sa bene come la pensano. Non lo nego. Ma almeno è mancato il marchio ufficiale della loro parzialità.
L’opzione politica deve essere definitiva. Questa mia idea contrasta, lo so, con la pratica italiana. Abbiamo, a destra e a sinistra, servitori dello Stato che furono candidati, trombati o eletti. Vi sono tra loro uonini di prim’ordine, come l’attuale prefetto di Roma ed ex deputato di Forza Italia Achille Serra, cui tutti riconoscono una condotta ineccepibile. Ma le eccezioni, è risaputo, confermano la regola. E secondo me d’ora innanzi la regola, per i servitori dello Stato, dovrebbe essere semplice: se politica ha da essere, lo sia per sempre.