«Ferrante faccia un programma no global»

Messaggio per Bruno Ferrante: bisogna dire qualcosa di sinistra per scaldare i cuori di Rifondazione, naturalmente bisogna che sia qualcosa piuttosto hard. Passaggio obbligato fa sapere Vittorio Agnoletto, altrimenti? «Be’, non è un mistero: Ferrante non è il nostro candidato, non condividiamo le modalità della sua candidatura e, attenzione, non vorremmo trovarci al fianco un prefetto che confermi la linea politica del Cofferati bolognese». Rischio davvero di troppo per l’europarlamentare di Rifondazione, «eletto come indipendente»: «Ferrante è uno dei candidati del centrosinistra alle primarie, che naturalmente si fanno per vedere chi vince. Non saremmo però così certi che lui possa farcela. C’è infatti un altro candidato che avrà il nostro voto: è Dario Fo, il sindaco giusto per Milano».
Onorevole, quali sono i punti forti - quelli determinanti - che Ferrante deve avere nel suo programma per garantirsi il voto di Rifondazione?
«Premesso che non è stata la soluzione migliore candidare un prefetto a sindaco di Milano - ovvero sarebbe stato meglio che il candidato uscisse dalla società civile -, non si può non giudicare positivamente come Ferrante si sia saputo muovere sul fronte dei rom o della casa o, ancora, sulle altre emergenze di questa città. Ma questa è storia di ieri, che è però insufficiente per fare il sindaco. Il domani sta nel programma, dove speriamo di ritrovare come sindaco un ex prefetto che sappia coniugare la sua storia con l’attenzione alla solidarietà, alla partecipazione e ai bisogni sociali. Che, tradotto, significa ridare dignità alla gente, affrontare la questione del bilancio partecipativo nato al forum sociale di Puerto Alegre e amministrare Milano sapendo che non è solo un problema di ordine pubblico».
Ma il vostro candidato sindaco è stato il rappresentante a Milano del ministro degli Interni...
«... Non ha però mai inteso rispetto della legalità come repressione. Lo dice pure il centrodestra quando sostiene che l’eredità lasciata da Ferrante sono venti campi abusivi e cinquemila rom».
Scusi, Agnoletto, si tratta di un’eredità sgradita ai milanesi. E, comunque, non crede che ci sia il rischio di una conversione da prefetto a sindaco-sceriffo, come è il caso di Cofferati a Bologna?
«Bologna doveva essere il laboratorio avanzato del centrosinistra guidato dall’ex segretario generale di quel sindacato, la Cgil, che dava la massima attenzione ai lavoratori e ai soggetti deboli e che si batteva contro il lavoro precario. Solo che ci siamo ritrovati un sindaco che multa i lavavetri, che vieta l’uso di alcolici in pubblico dopo le ventuno e che caccia i rom che vivono in roulotte su un terreno di loro proprietà. Impensabile. Non credo che Milano rischi di vivere tutto questo: Ferrante ha evitato alla città quei conflitti che il centrodestra avrebbe invece voluto. E, comunque, la migliore conferma deve arrivare con il suo programma».
Facciamo un passo indietro. La candidatura di Ferrante nasce da un’alleanza tra Ds e Margherita, come confermato da Alberto Mattioli. Proprio in quell’area dove sono nate le manovre più o meno occulte per azzoppare la discesa in campo di Umberto Veronesi, che dava fastidio per il suo laicismo e per la sua tradizione riformista. Non avverte, Agnoletto, un collegamento di troppo?
«Che il metodo della nomina di Ferrante non sia condivisibile l’abbiamo già detto e ripetuto: sarebbe stato meglio che la scelta fosse fatta all’interno del “Cantiere” e a livello milanese piuttosto che piombata dall’alto e imposta dalle segreterie romane. Ben vengano quindi le primarie. Ma c’è una differenza tra Ferrante e Veronesi: l’oncologo non poteva nemmeno concorrere alle primarie per i suoi legami di potere e d’affari che avrebbero riportato Milano indietro agli anni Ottanta. Comunque, a fare fuori Veronesi non è stato il centrosinistra ma, diciamo la verità, una parte di quell’Unione indisponibile a sostenerlo. Di questo rivendico con orgoglio il ruolo giocato da me e da Rifondazione. E, mi permetta, con Ferrante candidato alle primarie, una chiosa finale: la legalità non è una categoria della destra. Bisogna distinguere gli atti giudicati “illegali” ma commessi per motivi di bisogno, da quelli fatti in nome del profitto. Ma anche questo deve stare nel programma».