Ferrara "corteggia" Veltroni e irrompe nella riunione del Pd

Blitz del direttore del "Foglio", a sorpresa
accolto nella seduta
della Commissione
etica del partito"Sono qui come giornalista". E il presidente Alfredo Reichlin gli consente di partecipare

da Roma

E meno male che a un tratto lo ha precisato: «Sono qui come giornalista». Perché certo ha qualcosa di clamoroso la partecipazione a sorpresa di Giuliano Ferrara al tavolo della commissione per il codice etico del Partito democratico. Riunione attesissima, riunione molto delicata, di un partito che ha la sua croce e delizia proprio sui temi della laicità, riunione - soprattutto - a porte chiuse, almeno nelle intenzioni degli organizzatori. Ma poi proprio ieri Ferrara si è presentato nella vecchia sede della Margherita dove si riuniva la commissione. Avrà contato anche l’aria «di famiglia», il fatto che a presiedere i lavori era stato designato un blasonato dirigente che viene dalla storia del Pci-Pds-Ds come Alfredo Reichlin, uno che ai tempi di Togliatti lavorava gomito a gomito con il padre di Giuliano. Ma soprattutto avrà contato il gioco di attenzione-seduzione che da mesi Ferrara mette in scena sulle colonne del suo Il Foglio, con messaggi criptati, giochi di sponda, amorevole attenzione per il nuovo partito e per il suo fondatore. Per dire, persino Massimo D’Alema, anche ai tempi della bicamerale, quando era in auge, e quando il giornale di Ferrara arrivò persino ad anticipare la sostituzione di Prodi, mai era stato omaggiato di un nomignolo affettuoso di quelli con cui Il Foglio ama vezzeggiare i suoi interlocutori. Silvio Berlusconi è da sempre l’iniziale del suo cognome puntata, con un ironico richiamo alla «N» che nel secolo delle rivoluzioni designava Napoleone. Mai D’Alema è stato «D», e invece da quando è nato il Pd, il sindaco di Roma è per tutti sempre «W». Non solo: se Berlusconi è ancora più confidenzialmente il «Cav», l’asse battesimale fra il leader di Forza Italia e del Pd per quei cattivacci del Foglio è diventato immediatamente il «Caw». E chi pensasse si tratta solo di bazzecole dovrebbe anche sapere che tutta la redazione politica è impegnata in una delicatissima rubrica di «affettuoso fiancheggiamento» del sindaco di Roma che si intitola, ci risiamo, «Consigli a W» (sempre Walter, ovviamente). Per Ferrara, poi, le mosse di Veltroni sono sempre degne di attenzione e studio, e quando dalle commissioni per lo statuto uscì fuori che il leader del Pd aveva in mente un partito «senza tessere», il direttore del Foglio chiamò girotondare una pattuglia di intellettuali di area e no, da Gad Lerner a Lucia Annunziata, sottintendendo ed esprimendo un vigoroso sentimento di approvazione. (E, altro tocco di perfidia, Ferrara affidò la stesura del forum al più dalemiano dei suoi giornalisti, Francesco Cundari, uno che si vantava di essere un rappresentante della dalemjügend).
C’è in Ferrara la convinzione profonda che dove gli altri leader, che vengono dalla storia del Pci hanno fallito, Veltroni può riuscire, e l’idea che la riforma elettorale e il dialogo con Forza Italia siano due atti di coraggio riformatore utili al Paese e da sostenere. E c’è poi ancora una volta una ennesima eco di un richiamo della foresta che è politico e quasi generazionale, Veltroni mosse i primi passi in politica nella stessa Fgci romana in cui Giuliano Ferrara era cresciuto prima della sua emigrazione a Torino, e c’è, infine, il gusto per il teatro non come beffa ma come rappresentazione delle cose, un senso della provocazione che crea interlocuzione che sono tanto cari al direttore del Foglio. Ferrara inscenò un memorabile duello con Marco Pannella proprio sui temi della laicità, dettando addirittura le regole di una disfida stile Hyde Park con tanto di relazione e controdeduzioni. Ferrara si precipitò nel Mugello, pur non avendo la minima intenzione di sedere in Parlamento, per mettere in campo una battaglia feroce, spietata e durissima contro Tonino Di Pietro e la sua candidatura a senatore dell’allora Ulivo. E sempre lui, il Falstaff del giornalismo italiano, si divertì a condurre una campagna mediatica contro Roberto Benigni all’epoca della sua annunciata rentrée televisiva a Sanremo, e la lunga campagna di punzecchiamento condotta sul giornale, culminò nell’annuncio di un intervento fisico in cui il direttore del Foglio si riprometteva di tirare un uovo in faccia al «piccolo diavolo». Finì con centinaia di giornalisti mobilitati, preoccupazione dei servizi d’ordine, ed una nuova beffa, con Giuliano che l’uovo lo tirava, sì, ma solo sul televisore. Alla fine, anche stavolta si tratta di una corrispondenza di amorosi sensi, sulle questioni etiche Il Foglio ha riscoperto la sua nuova stagione, ma questo ingresso a corte, stavolta, malgrado l’effetto sorpresa, non è un guanto di sfida, ma quasi un rito di corteggiamento.