Ferrara guida gli irriverenti contro la sinistra secchiona

Milano Dice Giuliano Ferrara che sarà «una manifestazione seria, responsabile ma anche un po’ canzonatoria», com’è nello stile del Foglio. Non è un tagliando per il governo, non sono gli stati generali del centrodestra, sarà semplicemente «il raduno di una fetta di società civile che non accetta la Repubblica delle virtù». Domani mattina al teatro Dal Verme di Milano andrà in scena la «manifestazione contro il neopuritanesimo ipocrita». «Una Repubblica puritana è illiberale e antidemocratica», si legge nel manifesto dei «foglianti» allegato al quotidiano: una locandina che «i lettori stufi della pornopolitica possono appendere a scuola e al lavoro. Basta con il buco della serratura».
E basta anche con le adunate seriose, pensose, astiose, tipiche della sinistra. «In mutande ma vivi», è il motto del ritrovo. Pizzi e merletti intimi disegnati da Vincino svolazzano ovunque negli inviti. Centocinquanta slip colorati appesi a tre fili da bucato saranno la scenografia. Non parleranno ragazzini che leggono Kant alla sera, come alla parata di Libertà e giustizia al Palasharp. «Saremo serissimi e autoironici, divertiti e accigliati, pacati e irresponsabili - si legge sul sito del giornale -. Molta gente ha la tendenza a prendersi troppo sul serio, ci vuole qualcuno che dica cose serissime ed esprima ésprit républicain ma con una qualche disponibilità verso la vita». Magari il presidente del Consiglio «non si è comportato meravigliosamente bene in parecchie occasioni», ha detto Ferrara l’altro giorno al Corriere della Sera: «Ma è questo il problema? Noi siamo convinti di no. Il problema è che vogliono mettergli le mani addosso per chiarissime, misere ragioni politiche». E il partito dei pm «è “unfit to lead”, inadatto a governare l’Italia, esattamente come scrisse l’Economist di Berlusconi».
Il bersaglio sarà «il pulpito indecente da cui predicano i puritani». Ad armare le frecce ci stanno pensando i lettori del giornale di Ferrara, che lo stanno tempestando di messaggi su Facebook, Twitter e il blog-angolo declamatorio di Hyde Park Corner sul sito del Foglio. Ferrara e l’allegra brigata che lo accompagna non compilano manifesti, non cercano lunghi elenchi di adesioni da sventolare quale attestato di serietà e autorevolezza, non strizzano scandalizzati la boccuccia alla stregua delle signore radical-chic che sfileranno, offese, domenica. Vogliono gente viva e briosa, come Ruggero Guarini che sul Foglio ha citato alcuni folgoranti versi di Shakespeare: «Il nuovo magistrato mi rimette in vigore antiche leggi che stavano da circa vent’anni appese al muro come armi polverose, mai brandite. Ma lui, per farsi un nome, mi colpisce con quei vecchi decreti sonnacchiosi. Soltanto per farsi un nome!». Magistrati a caccia di notorietà: è la fotografia di oggi.
E allora forza con la manifestazione dell’anti-pettegolezzo con Ostellino e Sallusti, la Zanicchi e Buttafuoco, Langone e la Morresi. Il Dal Verme è il teatro che ospitò Marinetti e il Duce, e dove Ferrara lanciò il partito della vita riempiendo l’emiciclo e il dibattito pubblico. La sfida è la stessa. Non darla vinta a «quelli del Palasharp» e al partito dei pm, dello spionaggio ad personam, dei talebani della virtù. E finirla con la «Repubblica delle virtù». Ferrara e i suoi scrivono «Repubblica» sempre con la maiuscola. Un inchino doveroso alla patria, che tra un mesetto compie 150 anni. E uno sberleffo alla sua caricatura di carta e inchiostro, il cui fondatore Eugenio Scalfari non ha raccolto il guanto di sfida che il fondatore del Foglio gli ha lanciato dalle colonne del Giornale.