Ferrara lotta per la vita. Ma con Berlusconi

Non ha voluto commentare la notizia del neonato trovato morto in uno stabile fatiscente di via Balleydier, ma ha scandito ancora una volta il suo: «Aborto? no grazie» Giuliano Ferrara, ieri a Genova per inaugurare l'anno accademico della residenza universitaria delle Peschiere. Delle contestazioni paventate nei giorni scorsi nessuna traccia: al suo arrivo in via Parini solo un paio di carabinieri e uno stuolo di giornalisti pronti ad incalzarlo sulla moratoria dell'aborto che il direttore de «Il Foglio» sta promuovendo da alcune settimane, e sulla scelta di candidarsi in Parlamento con una sua lista per la vita. Che però si accorderà con il Popolo della Libertà per correre affiancata. «Non voglio commentare nudi fatti di cronaca non ancora accertati», ha detto Ferrara a chi gli chiedeva un'opinione sulla tragedia consumatasi ai piedi della Lanterna. Più loquace il giornalista quando si è trattato di prendere le distanze «dalla mostruosa montatura ideologica» inscenata sul caso della donna che ha abortito un bambino con un difetto genetico. «All'ospedale di Napoli non c'è stato alcun blitz della polizia, ma è stato ucciso un bambino che aveva la sindrome di Klinefelter, una malattia con la quale, per i medici, si può condurre una vita normale prendendo solo delle pillole». Tanto che lo stesso Ferrara, applauditissimo durante la conferenza, ha annunciato l'intenzione di farsi fare un prelievo del sangue «perché penso di averla anche io la sindrome di Klinefelter». Il tema al centro dell'inaugurazione («La cultura post moderna e la sfida della speranza») ha offerto a Giuliano Ferrara la possibilità di dare la sua chiave di lettura della recente enciclica di Papa Benedetto XVI «Spe Salvi». Se per il presidente della fondazione Rui, Cristiano Ciappei, la speranza è la virtù dell'incertezza, per il giornalista essa si traduce in una missione laica: «mandare in Parlamento un gruppo di persone perbene che in questi trent'anni, in cui in Italia ci sono stati cinquanta milioni di aborti, hanno lavorato per la vita e hanno avuto come scopo non quello di obbligare una donna a partorire, ma quello di aiutarla a esercitare il diritto di non abortire».