Tra la Ferrari e Schumi cinque chili di troppo

nostro inviato a Indianapolis

Cinque chili e molti, sacrosanti, pudori tengono lontano kaiser Michael Schumacher dall’abitacolo della F2007. Perché in otto mesi trascorsi fuori dalla F1 guidata, anche il metodico e allenatissimo crucco è ingrassato; e perché richiamarlo in pista, come collaudatore nobile, per Maranello equivarrebbe ad ammettere che senza i suoi consigli e le sue doti nella messa a punto (ricordiamolo: fece volare prima la Benetton e risorgere, poi, la Rossa) il team si è arenato.
Però di lui si parla, tanto più che la Rossa sembra ora patire persino su una pista amica come Indy (dal 2000 al 2006 sei vittorie su sette partecipazioni). Per questo, il dubbio s’insinua nel paddock e pesano come macigni le parole di Niki Lauda: «Penso che il team subisca l’assenza di uomini chiave come Michael Schumacher e l’ex direttore tecnico Ross Brawn». Il grande austriaco sottolinea anche che, ad inizio stagione, «il vantaggio tecnico della Ferrari era principalmente dovuto alla maggiore conoscenza che aveva dei metodi di lavoro del gommista unico Bridgestone», suo partner per anni. Nei mesi successivi, invece, sono venute a galla delle carenze di sviluppo, cosa non accaduta invece alla McLaren. «La penso così – prosegue Lauda – perché ormai è innegabile: la McLaren-Mercedes è la miglior monoposto in pista. Non vedo campi o settori di sviluppo in cui la Ferrari potrebbe recuperare».
Schumi e i chili di troppo. Ma se il tecnico britannico ha più volte precisato che il suo anno lontano dalla Rossa era più che altro sabbatico e che, comunque, il team italiano sarebbe stato la sua prima scelta in caso di ritorno, per il campione tedesco il discorso pare più complicato e non solo per i già citati motivi di peso. La sua presenza come consulente e collaudatore doc, infatti, rischierebbe di alterare i delicati equilibri interni fra pilota e squadra. Colui che potrebbe subire di più la sua presenza è Raikkonen – fra l’altro, il pilota in discussione quanto a rendimento –. Kimi ha però sempre tenuto a precisare di non aver mai ricevuto consigli da Michael «perché non ne ho bisogno», la sua secca risposta. Diverso il discorso per Massa, allievo del tedesco.
Felipe e Kimi, due stili così diversi. Fra l’altro, Felipe preferisce il sottosterzo (scuola Schumi) che ben si adatta alle gomme Bridgestone, Kimi vuole invece un’auto molto precisa in inserimento perché poi ci pensa lui a correggere le sbandate. Ecco spiegate le sue difficoltà e quelle della Rossa che deve accontentare due filosofie diverse. In McLaren i piloti lavorano invece in modo più simile (anche se Fernando è brusco in inserimento di curva) e il loro sviluppo procede spedito in un’unica direzione. E si vede.