Alla Ferrari l’oscar della qualità

Paolo Marchi

Due domeniche fa a Roma, Franco Ricci, gran patron di Bibenda e dei sommelier romani, ha celebrato gli Oscar del Vino. Per la prima volta si è registrato un pari-merito (è successo tra i bianchi con il Trebbiano d’Abruzzo 2001 di Valentini e il Bianco Breg 2000 di Josko Gravner) e per la prima volta un vino è stato premiato per la terza volta. Terzo riconoscimento infatti, dopo quelli del 2000 e del 2004, per il Trento Giulio Ferrari Riserva del Fondatore ’95 della Cantina Ferrari guidata dai fratelli Lunelli, www.spumanteferrari.it, in particolare Franco, Gino e Mauro.
Nell’occasione, a proposito i Franciacorta Anna Maria Clementi 1997 di Ca’ del Bosco e la Gran Cuvée Pas Operé 1999 di Bellavista gli altri spumanti nominati, è salito sul palco Mauro, 57 anni, il più giovane, l’enologo di famiglia, accompagnato dalla figlia Camilla che cura la comunicazione di un gruppo che conta anche l’acqua minerale Surgiva, la grappa Segnana, i Vini Lunelli, sempre in Trentino ma fermi, la tenuta Pordenovo a Terricciola nel Pisano e quella di Castelbuono a Montefalco in Umbria.
Convinto di fare atto di presenza perché reduce dall’affermazione lo scorso anno, Lunelli è stato preso in contropiede e il suo volto si è illuminato di stupore gioioso perché nomination migliori a livello di Metodo Classico non potevano esserci, rilievo che da una parte fa onore al podio ma che dall’altra mette a nudo il limite di quello che un tempo noi italiani potevamo chiamare metodo champenoise senza violare vincoli di sorta. Al top rappresentato da Bellavista, Ca’ del Bosco e Ferrari mancano alternative costanti nel tempo. Ecco un anno la Berlucchi e un altro la Contadi Castaldi, sempre Franciacorta. Il Trentino invece ha sua maestrà il Ferrari, poi troppe bollicine minori, di quantità verrebbe da dire se non fosse vero solo in parte.
Lunga chiacchierata quella con Mauro Lunelli proprio sulla realtà spumantistica italiana che resta ben lontana dai volumi francesi e spagnoli, ma che non è più ridicola come tre abbondanti decenni fa: «Se le nostre bollicine primeggiano spesso non è perché abbiamo la bacchetta magica, è solo perché nel Dna dei trentini c’è anche la testardaggine. Siamo cocciuti, vogliamo fare le cose per bene. Oggi in Italia si producono e si vendono ogni anno tra i 17 e i 18 milioni di bottiglie di Metodo Classico contro i 280/300 di Champagne e i quasi 200 di Cava spagnolo. È importante sottolineare quel si vendono perché diversi ciurlano nel manico con quello che hanno fermo in cantina. Le vendite invece sono certe. Quando mio padre Bruno acquistò la Ferrari da Giulio Ferrari era il 1952 e le bottiglie oscillavano tra le 9 e le 10mila e quando 35 anni fa io finii gli studi ed entrai come enologo in cantina, erano 70mila. Siamo abbonati agli anni che terminano col due: toccammo per la prima volta quota centomila nel ’72, dieci anni dopo il primo milione e nel ’92 eccoci a tre milioni. Oggi siamo a quattro milioni e mezzo».
Vista dagli inizi, una realtà boom. Ricorda Lunelli: «Nel ’70 quello che oggi chiamiamo Metodo Classico in pratica non esisteva. Sommando tutti potevi arrivare a un milione di bottiglie. La Berlucchi ad esempio, ora una certezza da quattro milioni di pezzi, era inferiore alla Ferrari. In Piemonte vantavano numeri di un certo significato Gancia, Cinzano e Riccadonna, nell’Oltrepò avevi una La Versa e il più grande produttore in assoluto era la Carpenè Malvolti con 300mila. Morale: i francesi non ci prendevano nemmeno in considerazione. Oggi invece cominci a dare fastidio perché nellea degustazioni può scapparci che i tedeschi di Weinwelt comparino alla cieca trentasei tra champagne e metodo classico e l’unico a ottenere 5 stelle sia il Giulio Ferrari, con Dom Pérignon che si ferma a 4 e Veuve Clicquot, Bollinger e Taittinger a 3. Sono soddisfazioni».
Resta il fatto che gli spagnoli facciano la corsa sul nostro Prosecco con un metodo classico da pochi euro («Possono perché tutto è automatizzato, con costi bassissimi») e noi italiani non riusciamo nemmeno a sviluppare tutto il nostro potenziale con le bollicine di qualità. Un dato per tutti: la potenzialità dell’intera provincia di Trento è di 30 milioni di bottiglie ma l’ultima produzione di Trento Doc si è fermata a 7,1. Manca lo spirito imprenditoriale che caratterizza i produttori franciacortini. È il trionfo delle piccole aziende agricole o delle mega-cooperative che frenano una crescita qualitativa delle bollicine in una terra vocata per lo chardonnay. E dire che il Trento è stata la prima Doc metodo classico in Italia e la seconda nel mondo dopo lo champagne. Il punto è che in pratica è tutto riconducibile al dinamismo dei Lunelli. Lo stesso vecchio Ferrari non millesimava e nemmeno pensava a un rosé.
Ma cosa ama bere chi produce il miglior spumante italiano? Annotate: «Io stimo molto il lavoro dei fratelli Dorigati, il loro Trento Brut riserva Methius è un ottimo spumante. Se mi si chiede invece quale uva ami in assoluto, la risposta è Pinot Nero, uva difficile, un’uva bastarda. Il Pinot top arriva dall’Alto Adige, io ho una predilezione per il Barthenau Vigna Sant’Urbano di Hofstätter. Se poi guardo ai nostri investimenti fuori regione, allora dico che il Sagrantino di Antonelli è un gran vino così come a livello di Sangiovese il Cepparello di Paolo De Marchi di Isole e Olena».