«La Ferrari è la mia famiglia Schumi un figlio»

«Michael? Con lui è nata una profonda amicizia. La gente pensa che sia un robot, invece è una persona molto emotiva. State tranquilli: sia lui, sia Rubens resteranno con la Rossa»

Benny Casadei Lucchi

Todtlandia è un Paese dove tutto funziona secondo due regole tanto semplici quanto difficili da mettere in pratica: la calvinistica dedizione al lavoro e il materno senso della famiglia.
Todtlandia è un Paese che ha la sua storia, una storia lunga dieci anni, la storia di un rapporto di lavoro diventato amicizia e qualcosa di più: quello fra monsieur Jean Todt e kaiser Michael Schumacher.
Signor Todt, partiamo da Indianapolis, il giorno della resurrezione ferrarista, ma anche il giorno della grande vergogna in Formula 1.
«La Formula 1 in America ha certamente fatto un grande passo indietro, però la Ferrari, con il suo comportamento, è comunque riuscita ad onorare il proprio pubblico. Ora speriamo di vincere con tutte e venti le macchine in pista».
Nonostante i sette Mondiali in tasca, Schumi non molla: anche con la Ferrari che va così così, si rimbocca le maniche, combatte e si danna l’anima per un punticino. Schumacher campione «operaio»?
«Michael è sempre stato così. Questo dimostra l’umiltà, la concentrazione, soprattutto la freschezza di chi lavora per noi e sua in particolare».
Scusi, perché sia Schumacher che Barrichello, a fine Gp, prima di andar via, vengono a baciarla come si fa con un padre?
«Ci saranno dei motivi».
Ne dica uno.
«Siamo come una famiglia: magari marito e moglie non vanno d’accordo sempre, magari discutono, ma poi l’armonia torna».
Lei disse che un uomo con le sue responsabilità non poteva innamorarsi. Poi ha conosciuto l’ex Bond girl malese, Michelle Yeoh. Ora siete inseparabili.
«Ho detto che era difficile essere innamorati, non impossibile: perché la mia priorità resta il lavoro».
Lei ha un figlio che fa il manager del pilota Sauber, Felipe Massa; poi ha un altro figlio acquisito: Schumacher.
«Significa che anche se lavoro tanto, l’amore e gli affetti me li porto in giro per il mondo. E con Michael è lavoro diventato profonda amicizia».
Ripercorriamo questo suo rapporto con Schumi: 1996, la Rossa non andava. I media e gli stessi azionisti chiedevano la sua testa; Michael la difese: «Se va via lui, non mi sentirò più obbligato a restare», disse.
«Le sembrerò presuntuoso, ma Schumacher fu molto intelligente. Lui aveva capito tutto, aveva compreso che sarebbe stato un peccato rovinare un gruppo simile».
Il suo primo incontro con Schumacher.
«Era l’8 luglio 1995, eravamo all’Hotel de Paris, a Montecarlo, per discutere il contratto. Iniziammo in una stanza, ma visto che la trattativa andava per le lunghe, la lasciammo perché erano arrivati i legittimi ospiti. Così, alla sera, Michael m’invitò a casa sua. Mi colpì il suo modo di organizzare tutto: era rigoroso. E mi affascinò la sua intelligenza».
Schumacher e il mito della Ferrari.
«Lui non lo conosceva, era giovane, la Ferrari non rappresentava ciò che è ed era già allora per tutti noi. Fu importante, per riuscire a farglielo capire, il suo manager, Willi Weber».
L’11 settembre 2001, la tragedia delle Torri Gemelle: si narra che Michael, per la prima volta, le disse che era sul punto di lasciare le corse.
«La gente dice che è un robot, una macchina, dice che è un calcolatore, invece Michael è tutto tranne questo: è emotivo come molti italiani. Così, ogni tanto, reagisce in modo esagerato alle cose. La guerra esiste da sempre, ma per lui, quel giorno, fu come scoprirla dal vivo. Due anni fa, ricordo che a casa mia a Parigi guardammo assieme “Il pianista” di Roman Polanski, un film sulla Seconda Guerra Mondiale. Michael rimase scosso. Per cui, sì, dopo l’11 settembre, per un certo tempo si chiese se doveva restare in Europa, o fuggire con la famiglia in un Paese più lontano, in un mondo più tranquillo. È rimasto choccato anche dopo lo tsunami, per questo ha sentito il dovere di dare un contributo (10 milioni di dollari, ndr). Però ci sono quelli che dicono fesserie, che dicono tanto è ricco, tanto paga meno tasse. La realtà è invece che lui l’ha fatto, altri non hanno mosso un dito».
Ha detto che è emotivo. In effetti ogni tanto commette errori grossolani...
«Errori? Non esiste una persona che non sbaglia mai; magari ci sono quelle che fanno meno errori di altri: e lui è una di queste. Ma ricordatevi: senza una grande Ferrari anche lui non sarebbe il campione che è. Eppure ci sono dei cretini che dicono così, dicono che la Ferrari senza Schumi non avrebbe fatto niente... questa è gelosia».
Dopo Zeltweg 2002, dopo l’ordine che lei impartì a Barrichello per far passare Schumacher, l’intero mondo sportivo vi accusò. Da tempo, la sensazione è che in altri team facciano lo stesso ma senza farsi scoprire.
«Queste manovre ci sono sempre state, noi però l’abbiamo messa in pratica in modo limpido, come facciamo sempre. A volte mi chiedo che cosa succederebbe se fosse la Ferrari a fare certe cose... Ci faremmo distruggere... Penso a Indianapolis, che cosa sarebbe accaduto se fossimo stati noi a proporre una chicane perché le nostre gomme non andavano bene?».
Il pianto di Michael a Monza 2000 e poi il titolo a Suzuka.
«Mi fa pensare alla gente che oggi dice Mondiale finito perché Alonso ha 25 punti di vantaggio su Schumi. All’epoca Michael ne aveva 26 su Hakkinen e in poche gare il finlandese seppe recuperarli, arrivando a Monza davanti a noi. Le lacrime di Michael dopo la vittoria erano lacrime di liberazione. Spero che vinceremo altre gare dopo Indy, la voglia è intatta, anche perché, pensateci, con tutto quello che ha raggiunto questo gruppo di persone, non è neppure obbligato a continuare, potrebbe fermarsi, potrebbe andare a pescare o a donne. Invece eccolo qui, eccoci qui, a non mollare... La gente dimentica che abbiamo vissuto momenti molto peggiori. In fondo è per questo che non sono mai riuscito a godermi come avrei potuto e voluto ogni successo: perché mi sono sempre preparato al peggio».
Alonso, Raikkonen e chissà chi altri. Esiste un altro Schumi in giro?
«Michael va messo nella categoria della grande esclusività sia professionale che umana. Assieme abbiamo costruito tali e tanti momenti di affetto e di privilegio che sarà molto difficile ripeterli con altri».
Non s’arrabbi: girano voci che vogliono lei, Schumi e Montezemolo pronti, un giorno, a comprare la Ferrari?
«Cavolate totali (però usa un altro termine). Posso rispondere per me e per Michael; per il presidente Montezemolo no, non mi permetterei mai».
Sei anni di grandi successi, la storia di un binomio unico: lei e Schumacher.
«Non un binomio, una squadra: io sono stato il direttore d’orchestra, ma senza grandi musicisti non si fa nulla».
Possiamo stare tranquilli: i due solisti, Schumi e Barrichello, resteranno nell’orchestra?
«Sì, state tranquilli. Siamo noi a non esserlo: perché lo torneremo solo quando saremo di nuovo in vetta».

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