La Ferrari non vince ma ora mette paura

Alonso secondo, la Rossa seconda. Ma allora, forse, il fairplay paga. La Ferrari della grande e instancabile rimonta, questa Ferrari a norma di regolamento che ha accettato il ritorno dei diffusori perché in formula uno finissero le polemiche, infila il terzo podio nobile in tre gare e comincia a sognare in grande. Dove grande significa sperare di vincere a Budapest domenica prossima e andare in vacanza con l’animo sempre più rinfrancato; dove grande vuol dire non fare conti ma ricordarsi di non mancare mai i gradini del podio, possibilmente quelli alti; dove grande significa mettere in cassa, a testa bassa, altri successi per rialzare lo sguardo solo a fine mondiale per scoprire dove diavolo saranno, per allora, Vettel e la Red Bull, se ancora davanti (più probabile) o se dietro.
Ieri, per la cronaca, erano dietro. Lo era meno Webber, terzo, lo era di più Seb, quarto solo per grazia ricevuta dal dado sfuggito alla pistola di un meccanico Ferrari durante l’ultimo pit stop fatto in contemporanea, nel giro finale, da lui e da Massa. Quarto nonostante fosse stato a lungo quinto, nonostante fosse partito male, nonostante fosse finito persino in testa coda immergendosi così, per la prima volta quest’anno, fra quelli che arrancano lontani dal podio. Un Vettel alla fine stranito perché «non capisco come mai la macchina non andasse» perché «c’è bisogno che la squadra si dia da fare». Tutte parole in libertà, le sue, per puntellarsi quasi vacillasse all’idea sconcia di aver concluso quarto dopo sei vittorie e tre secondi posti. Ovvero, dopo essere fin qui sempre rimasto sul podio.
Pare dunque aver funzionato la chiamata alle armi di Alonso a tutti i colleghi abili per vincere e impensierire e togliere punti alle bibite energetiche per tenere vivo questo mondiale. L’armata campione del mondo ha accusato il colpo. E molto male deve averle fatto l’inaspettata vittoria di Hamilton e della McLaren, un successo che sa molto di Lewis, della sua forma spaziale, del suo talento cristallino, del suo coraggio incredibile che lo porta spesso a mettere delle vistose pezze ai limiti della macchina.
Forse anche per questo Alonso non si autoflagella per i due giri così così prima dell’ultimo pit stop, quelli che forse, chissà, l’avrebbero potuto rispedire in pista prima di Hamilton. Anzi, festeggia quasi avesse vinto perché «complimenti a Lewis, è stato più veloce, quando ero alle sue spalle pur spingendo non riuscivo ad avvicinarmi molto» e festeggia perché «dopo un secondo posto come questo è facile dire che si poteva fare meglio ma sono comunque molto soddisfatto però dobbiamo migliorare in qualifica dato che sabato eravamo a mezzo secondo dalla pole e invece abbiamo poi lottato per la vittoria».
Soprattutto festeggia perché «secondi a Valencia, primi a Silverstone e secondi qui significa tre piste diverse, temperature diverse, regole diverse, e noi sempre lì davanti… Questo vuol dire che nella seconda parte del mondiale potremo divertirci». A cominciare da Budapest.
Quanto al suo arrivo ai box a bordo della Red Bull portato da Webber (aveva spento la Rossa per non consumare la benzina per i controlli), a voler essere romantici potrebbe voler dire che alla sua chiamata alle armi hanno aderito proprio tutti. Compreso Mark. Ma forse è sognare troppo.