La Ferrari del dopo-Schumi scommette su «due Todt»

Mario Almondo, ex carabiniere, e Stefano Domenicali, parente di Dino Zoff, si spartiscono l’eredità di Ross Brawn e gran parte degli impegni sin qui concentrati nelle mani del «Napoleone di Maranello»

nostro inviato a Madonna di Campiglio

Sono giovani, preparati, sono ambiziosi e “pronti a dare il duecento per cento”. Però sono preoccupati. «Perché il nostro obiettivo è non deludere chi ha puntato su di noi», dicono all’unisono in due momenti diversi, per cui lo pensano davvero. Mario Almondo, torinese, classe 1964, ex ufficiale dei carabinieri, sposato, due figli, è in Ferrari dal ’91: fu prelevato direttamente dal Politecnico di Milano con in tasca la sua laurea in ingegneria gestionale. «A Maranello tengono sotto controllo i laureandi, avevano notato la mia tesi». Per dieci anni è stato il responsabile della Qualità e dal 2005 capo del personale e dell’organizzazione. Ora è il nuovo direttore tecnico. Stefano Domenicali, imolese, classe 1965, sposato, due figli, imparentato con Dino Zoff, è laureato in Economia. Come Almondo venne prelevato dalla Ferrari direttamente dall’aula in cui discusse la tesi. Team manager del Cavallino negli anni di Schumi e poi direttore sportivo della squadra, è ora il ds dell’intera Gestione sportiva. Almondo e Domenicali si spartiscono l’eredità di Ross Brawn e si preparano a spartirsi gran parte degli impegni fin qui concentrati nelle mani del piccolo Napoleone di Maranello. Forse per questo sono stati subito soprannominati “i due Todt”.
A Campiglio è il loro giorno. Sono i volti giovani ma allenati da lungo e fruttuoso tirocinio in azienda, gli uomini della nuova Ferrari, quella del dopo Schumi, quella con il tricolore sulle divise e chissà, magari anche sulla monoposto, “perché il presidente ci aveva chiesto di sottolineare anche a livello estetico la mentalità della nostra azienda”. Una Ferrari che con loro passa dall’impero alla repubblica, dal potere in mano a pochi al potere distribuito e gestito e organizzato. Gli uomini giusti nei posti giusti. Un cambiamento radicale, dunque, ma che arriva senza rivoluzioni o traumi. Perché dietro i nuovi incarichi, dietro il nuovo organigramma c’è la mano sapiente di Jean Todt che ha studiato a lungo come passare dall’impero suo e di Schumi e di Ross Brawn alla repubblica di Almondo e Domenicali, di Baldisserri e dei giovani piloti Massa e Raikkonen. Per questo i tifosi possono stare tranquilli: si cambia molto, ma tutto verrà accompagnato e accudito dai saggi comandanti di un tempo. Va letta in questo senso anche la presenza, a casa e ai box, di Schumi come super consulente. Perché il nuovo che avanza ha bisogno di ancorarsi al vecchio senza che quest’ultimo intralci: dovrà limitarsi a dare consigli.
Almondo e Domenicali lo dicono a chiare lettere. Il primo: «Ho imparato moltissimo da Ross Brawn, ma il mio ruolo non dovrà essere confuso con il suo: oltre che direttore tecnico, lui per anni era stato il responsabile di pista. Questo ruolo sarà invece di Baldisserri (l’ex ingegnere di macchina di Schumi e mago delle strategie, ndr). Io sarò invece direttore tecnico ma anche responsabile del reparto motori. E la monoposto che presenteremo domenica sarà innovativa nelle forme e nei concetti» anticipa. Gli domandano: e se Brawn dovesse chiedere di tornare? «L’ho sentito di recente, era in Argentina a pescare... Se vorrà tornare sarà il benvenuto, ma dovremo decidere che cosa fargli fare». Frase gentile ma chiara. Domenicali mette invece l’accento sui compiti di Schumacher. Gli chiedono: Schumi, da casa, come aiuterà la Ferrari? E in pista, e al muretto? «E chi dovrà ascoltarlo... - rilancia Domenicali – Michael fa parte della Ferrari e sarà a disposizione delle persone che qui, ora, hanno determinate responsabilità». Modo garbato e diplomatico per dire che Schumi darà input, ma le decisioni le prenderanno altri. «Guidare? Al momento no», ribatte il ds.
I due Todt se la vogliono giocare fino in fondo questa scommessa. Senza alibi, senza interferenze, “ma lavorando al 200 per cento”. Liberi di decidere, liberi di sbagliare, ma il meno possibile. «Volete sapere se Jean Todt potrà cambiare un comando dato da noi?» sorride Almondo: «Mi pare evidente che in ogni azienda il capo può modificare le decisioni». Questo giusto per tranquillizzare i tifosi. La repubblica va a braccetto con l’impero.