Ferrario: «Calciopoli la sconfitta più amara»

«La mia Juventus giocava a occhi chiusi. Il calcio di oggi? Ci sono troppi veleni»

Carlo Grandini

In quei suoi tempi d'imprese agonistiche, un mezzo secolo fa, il calcio era un giuoco anche duro, talvolta persino violento, ma s'interpretava pure come un esercizio di schiettezza e, in qualche modo, di poesia. L'annuncio della formazione di una squadra era qualcosa che andava a memoria, come una specie di preghiera: dal numero 1, il portiere, al numero 11, l'ala sinistra, passando attraverso il terzino destro, il terzino sinistro, il mediano destro, il centromediano, il mediano sinistro, l'ala destra, la mezzala destra, il centravanti e la mezzala sinistra. Mancava soltanto il sigillo del "così sia". Ma quello, in fondo, era incluso nello spirito della recita.
Il football di allora si reggeva sui dirigenti delle società, sui giocatori, sugli allenatori, sugli arbitri. La televisione pubblica stava per sbarcare, o era appena sbarcata, nel nostro Paese: non c'erano spazi d'immaginazione per le emittenti radiotelevisive private e commerciali, i calciatori si arrangiavano da soli ad autogestirsi perché non esistevano i procuratori, gli sponsor veri e propri, i cacciatori d'immagine.
E giusto in quell'epoca crebbe e maturò sino a conquistare le scene sportive domenicali un uomo che giocava centromediano e che ha appena compiuto ottant'anni (è nato ad Albiate Brianza il 7 dicembre del ’26). Consideratane la stazza, il suo nome, Rino, mi sembrava inadeguato, una sorta di diminutivo. E quindi lo chiamavo Rinone e gliel'ho ricordato. E lui, da Torino dove abita, ci ha fatto su la solita vecchia risata.
Ma com'erano quelle formazioni delle sue due Juventus campioni d'Italia?
«Perbacco, potrei forse averle dimenticate? 1952: Viola, Bertuccelli, Manente, Mari, Ferrario, Piccinini, Muccinelli, Karl Hansen, Boniperti, John Hansen, Praest. 1958: Viola, Corradi, Garzena, Emoli, Ferrario, Colombo, Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori, Stacchini. Complessi che sono rimasti fortemente nel mio cuore e nel mio cervello».
È possibile paragonare quelle due Juventus?
«La più massiccia era la prima e giocava a occhi chiusi. La seconda si basava di più sulle qualità dei singoli: il senso della regia e il carisma di Boniperti, la potenza di Charles, l'arte di Sivori».
Ma di entrambe quelle Juventus lui, Rinone, era il muro...
«Beh, un po' è vero. Però, dopo avere costruito la mia carriera sul ruolo di centromediano, il destino, nella stagione di chiusura con il Torino, mi ha riservato una svolta imprevista e piacevole: avevo difeso le mie aree per una vita e sono diventato per l'occasione anche un centravanti e una mezzala. Una volta, contro l'Udinese, abbiamo vinto per 2 a 1. E i nostri gol li ho segnati proprio io. Ero nato per non prenderne e adesso ero io che li facevo...».
Sono passati tanti anni. Rinone ha mantenuto qualche rapporto con il mondo del calcio?
«Andavo sempre a vedere le partite, ogni tanto ci vado ancora. Tutto qui, però. La mia seconda vita l'ho impegnata a certi livelli dell'editoria e poi fondando la mia agenzia di pubblicità, che ho chiamato "Fore". E sa perché? "Fore" è la parola che si grida su un campo da golf quando c'è il rischio che la palla tirata vada a colpire qualcuno più lontano. E io sono un grande appassionato di golf. Giocavo handicap 8 fino a un paio d'anni fa, poi la schiena mi ha fatto capire che era meglio rallentare e magari smettere».
Il calcio d'oggi a confronto con quello del passato?
«Nel mondo del calcio attuale corrono troppi veleni, troppi inquinamenti, troppi soldi e troppe distrazioni».
Che cos'ha provato quando ha visto la sua Juventus travolta da Calciopoli?
«Io non do colpe né a Moggi né ad altri perché non so bene le cose e perché non sono un giudice. Però posso dire che ho avvertito il senso di una grossa delusione, che non passa. Ci può stare una sconfitta sul campo. Fuori campo no».
Eccolo qua, Rinone, ancora piantato sulle sue limpide certezze.