Ferrero infiamma la sinistra: «Via da Kabul»

Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani chiedono il ritiro. D’accordo il ds Salvi: «La situazione è identica all’Irak, bisogna lasciare l’Afghanistan al più presto»

Emanuela Fontana

da Roma

«Ritiro», exit strategy, dall’Afghanistan. Lo chiedono tre partiti e un ministro del governo Prodi. Due mesi fa la fiducia al governo aveva imposto il «sì» al rifinanziamento della missione. Ma oggi, dopo la bomba di Kabul che ha ucciso un soldato italiano ferendone altri cinque, quella parte del centrosinistra che a luglio aveva votato tappandosi il naso, esce allo scoperto. Anche Rifondazione che, più di Pdci e Verdi, si era posta come forza collante tra ala moderata e radicale al momento del voto.
Mozioni congiunte per chiedere che venga avviato al più presto un osservatorio sulla missione afghana, richieste di vertici dell’Unione per pensare al disimpegno, e, infine, la presa di posizione del ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, di Rifondazione: sono le prime mosse dei tre partiti, con adesioni, però, anche nelle fila dei Ds, il giorno dell’attentato al nostro contingente a Kabul: «Una riflessione sulla fuoriuscita dell’Italia dalla vicenda militare afghana - dice Ferrero - va posta all’ordine del giorno. Credo che quest’attentato, e il clima che si sta deteriorando in Afghanistan, debbano richiamare tutti a una riflessione più seria». Nei Ds, è la voce di Cesare Salvi, presidente della Commissione giustizia al Senato, a unirsi alle richieste della sinistra più radicale: «È sempre più evidente che la situazione sul campo in Afghanistan è sostanzialmente identica a quella dell’Irak. In queste condizioni - avverte - l’unica cosa da fare, a mio avviso, è il ritiro al più presto dall’Afghanistan».
L'avventura afghana viene considerata da Rifondazione come «una missione di guerra - sottolinea il capogruppo al Senato, Giovanni Russo Spena -. Nei prossimi giorni bisogna riaffrontare la questione del nostro coinvolgimento». E spinge per il ritiro anche il capogruppo alla Camera, Gennaro Migliore, che aveva cercato l'accordo comune di luglio con una mozione in cui aveva preteso alcuni paletti. Uno dei quali non è stato rispettato dalla sua maggioranza: «Avevamo chiesto e ottenuto l’istituzione di una commissione di monitoraggio sulle missioni italiane all’estero, la cui attivazione a questo punto ha tardato fin troppo». «Se non cambiamo strategia rischiamo di fare la fine dell’armata rossa», avverte il responsabile del dipartimento pace del Prc, Alfio Nicotra.
Al Senato otto parlamentari, tra cui quattro dell’Ulivo, hanno inviato una lettera al presidente Franco Marini in cui chiedono di «istituire al più presto quell’osservatorio permanente per il monitoraggio di tutti gli impegni militari dell’Italia». E pretendono anche «un’analisi estremamente approfondita in Parlamento».
Premette di «non voler fare polemica» il giorno del lutto, ma il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto rivendica: «Se a giugno avessero dato retta al Pdci, quelle donne e quegli uomini non si sarebbero trovati in Afghanistan e non sarebbero saltati su quella mina». Il responsabile esteri del partito, Jacopo Venier, vuole «una riunione urgente» della maggioranza «sull’Afghanistan per affrontare il problema di come realizzare il ritiro rapido delle truppe italiane». Secondo Elettra Deiana, di Rifondazione, è necessario un ordine del giorno di maggioranza che preveda «il graduale disimpegno militare e il massimo impegno civile». E una «seria discussione per il ritiro» viene invocata anche dal sottosegretario all’Economia, il Verde Paolo Cento.