Ferrero, il valdese teorico del "niet"

Il neosegretario del Prc, pupillo ingrato di Bertinotti che gli regalò la cassa integrazione alla Fiat e una poltrona da ministro con Prodi

Sconosciuto fino a due anni fa, Paolo Ferrero, detto il «Bertinotti valdese», ha bruciato le tappe incendiandole col suo giacobinismo da ultimo giapponese. Comunisti come lui non li trovi neanche tra i guerriglieri colombiani. Questo è piaciuto ai compagni di Rc che, preferendolo al mite Nichi Vendola, lo hanno eletto segretario. E si sono suicidati.

Nel biennio in cui è stato ministro della Solidarietà sociale del governo Prodi, Paolino ha riempito le cronache con le sue strampalaggini. Indossando per la prima volta la cravatta, si presentò alla seduta inaugurale del Consiglio dei ministri ed esordì: «Siamo uno contro venticinque». Con questo, notificò che avrebbe fatto il bastiancontrario in nome del proletariato. Considerava infatti i suoi colleghi del centrosinistra una congrega di ex dc, socialdemocratici, infiltrati del grande capitale. E inanellò un niet dietro l’altro. «Se toccate le pensioni, è sciopero»; «a piangere siano i ricchi».
Naturalmente si esprimeva in modo più complesso. La sua eloquenza, infatti, derivava da quella di Fausto Bertinotti, quando era ancora Bertinotti. Un misto di sindacalese e prosa giovanile di Marx. Parlando di occupazione diceva: «Il nesso tra scomposizione e precarizzazione genera una vertenzialità diffusa e processi di privatizzazione ed esternalizzazione». Se discettava di economia frullava le stesse parole: «La vertenzialità diffusa dei processi di privatizzazione ed esternalizzazione generano il nesso tra scomposizione e precarizzazione».

Il linguaggio da Pizia, il viso serio e la lenta parlata piemontese, fecero subito di Paolino un personaggio. Forte del prestigio acquisito, inondò il Paese di iniziative per modernizzarlo.
Ebbe la fissa di azzerare la severa legge berlusconiana sulla droga. Incoraggiò chi fumava spinelli dicendo: fumate e siate felici. A chi invece la roba se la inietta, propose «la stanza del buco». Un comodo locale di Stato per spararsi l’eroina. Scoppiata la polemica, Paolino replicò: «Anche i politici usano la droga». Poi, insinuò che «a farsi» erano soprattutto il parlamentari della destra e aggiunse sardonico: «Non a caso la legge berlusconiana è più permissiva sul versante della cocaina che su quello dello spinello».

Per completare l’opera, cooptò nella Consulta nazionale sulle tossicodipendenze, l’ex brigatista Susanna Ronconi. Militante di Prima linea, la Ronconi aveva partecipato con un commando all’assalto della sede Msi di Padova nel 1974. Risultato: due assassinati. A Ferrero era sembrata un’ottima credenziale e le aveva offerto il posto. Ma, subissato di proteste, dovette annullare la nomina.

Un’altra predilezione di Paolino sono gli immigrati. Fosse per lui, avrebbero carta bianca. Incontrò i sans papier e li aizzò. «È giusto che siate incazzati come bestie», disse e li spinse a organizzare una manifestazione contro il governo di cui era ministro. Disse poi che l’Italia aveva bisogno di 300mila stranieri l’anno. Sostenendo che rappresentavano una «ricchezza», usò un argomento dei suoi: «Gli immigrati ci fanno risparmiare 150mila euro ciascuno rispetto al mantenimento di un figlio (italiano, ndr) fino all’età di vent’anni». E con questo prendeva due piccioni con una fava: incoraggiava i clandestini, scoraggiando la natalità dei connazionali. È il mondo che Paolino sogna.

Per poi risolvere alla radice il problema degli illegali, ebbe quest’altra pensata: permessi di soggiorno in premio agli illegali che, trovato un lavoro, denuncino i datori. Si inviperì perfino l’allora ministro dell’Interno, Giuliano Amato, generalmente allineato e coperto. Amato sbottò: «Gigantesco favore alla criminalità che gestisce gli irregolari. Diventerebbe una sanatoria automatica». Paolino fece il broncio, si sentì incompreso e troppo progredito per un Paese di trogloditi, e abbozzò con una smorfia di disprezzo.

Il terzo fronte in cui il valdomarxista si è illustrato, è l’occupazione illegale di edifici. Scelse come capo segreteria al ministero Massimo Pasquini, responsabile romano dell’Unione Inquilini, sindacato di settore di Rifondazione comunista. L’Unione è l’arcangelo degli occupatori di case sfitte, il braccio giuridico dei ragazzotti dei centri sociali. Così sul sito internet dell’Unione e non su quello del ministero (un conflitto di interessi da manuale) l’Italia apprese che Paolino, ministro delle Repubblica, aveva solidarizzato con gli sfrattati romani di via De Lollis, simbolo della resistenza ai proprietari che rivogliono indietro il loro palazzo.

Paolino è un pio valdese della val Germanasca, Piemonte profondo. È la valle più impervia delle tre in cui dal medioevo sono stanziati i seguaci del santone, Pietro Valdo. In origine si chiamava val San Martino, ma i valdesi aborrono i santi e le hanno cambiato nome. Ferrero è nato a Chiotti di cui il nonno fu sindaco socialista. A sette anni, Paolino si trasferì con la famiglia nella vicina Villar Perosa, la cittadina degli Agnelli. Il babbo lavorava alla Riv-Fiat. Il ragazzo si diplomò all’Istituto tecnico industriale. Diciassettenne era già iscritto a Democrazia proletaria e l’anno dopo indossava la tuta di operaio alla Mvp, un’altra officina della galassia Fiat. Quanti bulloni abbia stretto è ignoto. Comunque, da subito, si specializzò in volantinaggio e propaganda di partito.

Tre anni dopo, nel 1981, la sua esperienza lavorativa si esaurì definitivamente per chiusura dell’azienda. Assurto a cassintegrato, passava in azienda solo per riscuotere il sussidio mensile. Questa fortunata circostanza di prendere soldi gratis è stato il primo regalo che gli ha fatto Bertinotti. Fu infatti il futuro leggendario Subcomandante a mettere in ginocchio la Fiat, occupandola nel 1980 alla testa delle truppe cigielline, con conseguente blocco dell’attività e liquidazione delle aziende di contorno. Grazie a lui, Paolino, a 21 anni, smise di lavorare.

Col reddito garantito e libero da impegni, il giovanotto si tuffò nella politica e nella religiosità valdese. Nel 1985, ventiquattrenne, lo ritroviamo contemporaneamente segretario piemontese di Dp e segretario nazionale della Federazione giovanile evangelica italiana.
Della Fgei si diceva che fosse un quasi sinonimo della Fgci, la gioventù comunista, ma molto più di sinistra. L’organizzazione, cuore del valdomarxismo, era stata fondata negli anni Cinquanta dal pastore Tullio Vinai, senatore della cosiddetta Sinistra indipendente, in realtà ricettacolo dei «comunistelli di sagrestia». La Fgei allevava, con metodo, barricadieri e puledri della sinistra sparsa, pci, dp, pdiuppini. Aveva un suo villaggio, l’ Agape, arrampicato sui dirupi estremi della Germanasca, sotto le cime del Cappello d’Envie e del Cornour. Qui, Paolino divenne provetto arrampicatore, oltre che ciclista, jazzista, suonatore di chitarra, violino e piano. All’Agape si riunivano anche, nei campi estivi, gli adepti delle «culture del dissenso». Arrivavano in frotte i gay e, come fra amici, i brigatisti rossi in cerca di spiritualità.

L’incontro con Bertinotti in carne e ossa avvenne nel 1991, quando Dp aderì alla neonata Rifondazione comunista. Con la nuova formazione, Ferrero alzò le vele e prese il largo. Fu mandato a Torino nel Consiglio comunale. Divenne capogruppo di Rc e rese la vita amara all’allora sindaco pds, Castellani. Nulla gli andava bene e, nel suo stile, seppellì il sindaco sotto una raffica di no.

Il pio valdese si presentava in Consiglio in tenuta no-global griffata. Sandali a stringhe, pantaloni e camicia. Metà trappista, metà capo indiano col borsello a tracolla penzolante sul fianco, marca The Bridge. Il non plus ultra del contestatore. È tuttora, secondo testimoni, la sua veste preferita quando non calca i palazzi. Guidava una Mercedes giurassica inquinante al cubo alla quale, recentemente, ha impiantato un motore più ecologico a gas metano.

Dopo un matrimonio durato 25 anni e due figli grandicelli, Paolino ha divorziato dopo «un lungo percorso di discussione» con la moglie, come ha detto in un’intervista. Del divorzio lo ha colpito che sia un fatto intimo e non «un rito collettivo» come le nozze e i funerali. Attribuisce questa mostruosità al capitalismo che ammala la società.
Fino a un anno e mezzo fa, Ferrero era il pupillo di Fausto che aveva pensato a lui per la successione. Poi tra i due è sceso il freddo, forse per l’estremismo di Paolino che predica ossessivamente il ritorno al comunismo d’antan. In effetti, in queste ultime settimane aveva adottato un nuovo slogan per propiziarsi l’elezione a capo di Rc: «Dove il pensiero è debole, la Fiat è forte» e, viceversa: «Dove il pensiero è forte, la Fiat è debole». Come dire, se si tornerà al marxismo autentico, tramite lui, la Fiat è spacciata.
Tanto, sottintende Paolino ripensando alla propria esperienza, c’è sempre la cassa integrazione per vivere a sbafo.