Le Ferrovie ora corrono: verso il fallimento

Antonio Signorini

da Roma

«Siamo sull’orlo del fallimento. Le ferrovie si sono svenate, non hanno più risorse e lo sbilancio è tale che non permette più di andare avanti in una situazione di indebitamento finanziario». L’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti è tornato in Parlamento per un’audizione. E per le Fs ha illustrato il peggiore degli scenari possibili, quello dei libri portati in tribunale «in tempi brevi». A meno che, è l’avvertimento del manager ed ex sindacalista Cgil vicino ai Ds, non si diano alle ferrovie strumenti finanziari e si allarghino i cordoni della spesa. Una richiesta implicita, alla quale Prodi ha risposto ricordando che nella manovra già ci sono risorse e che comunque «il mondo non finisce con la Finanziaria».
Lo stato dei conti descritto da Moretti nel corso dell’audizione alla commissione Lavori pubblici del Senato, è drammatico. Se in una precedente audizione parlamentare, meno di un mese fa, aveva detto che per il 2006 sarebbe servito un miliardo di euro, ieri l’amministratore di Fs ha descritto una situazione ancora più grave. Per quanto riguarda solo Trenitalia, cioè la società del gruppo Fs che gestisce i treni, «lo sbilancio per il 2006 è stimato a 1,707 miliardi». E per questo «è assolutamente indispensabile per noi la ricapitalizzazione altrimenti corriamo il rischio non in tempi lunghi, ma brevi, di portare i libri in tribunale». Nel complesso la cifra che occorre per la ricapitalizzazione è di quattro miliardi in quattro anni.
La colpa della situazione Moretti la individua nel passato. Vale a dire nelle «inefficienze interne date dalla precedente gestione» e al taglio dei trasferimenti operato - ma questo non lo dice esplicitamente - dal governo di centrodestra. La denuncia dei vertici delle ferrovie ha comunque un destinatario preciso: il governo e il ministero dell’Economia che dovranno pensare a ripianare i buchi della gestione corrente e pensare anche a tenere aperti i cantieri. Il conto degli investimenti lo ha fatto il presidente del gruppo Innocenzo Cipolletta: servono 6,1 miliardi di euro. Il manager ed ex direttore di Confindustria, nominato dal ministero dell’Economia poco più di due mesi fa, ha riconosciuto che l’attuale Finanziaria «assegna alle Fs più risorse rispetto a quelle precedenti». Tuttavia, ha fatto notare, questi fondi «non riescono a soddisfare tutte le esigenze del sistema. Mancano infatti 3,5 miliardi per l’Alta Velocità-Alta Capacità, 1,4 miliardi per gli investimenti nella rete convenzionale, 500 milioni dalle convenzioni e 700 milioni per la ricapitalizzazione di Trenitalia». Altre risorse, secondo indiscrezioni, arriveranno da una cartolarizzazione dei crediti Iva e dall’emissione di obbligazioni Fs, un’operazione da circa 1,3 miliardi di euro,
Insomma, il gruppo sta cercando di attrezzarsi autonomamente, anche perché, per l’immediato, da Prodi non sono arrivati segnali incoraggianti. «Dobbiamo provvedere. È un rischio grosso», ha assicurato il presidente del Consiglio precisando però che il governo lavorerà «anche in questa direzione, ma il mondo non finisce con la Finanziaria». Nella quale, comunque, ci sono «sei miliardi per le infrastrutture italiane».
Risposta un po’ tiepida rispetto all’allarme che l’audizione ha suscitato in commissione. Per Paolo Brutti, Ds, «non è accettabile ricevere senza battere ciglio la ricetta di maggiori risorse proposta da Fs». Luigi Zanda della Margherita chiede addirittura una «due diligence» sui conti Fs, per capire il perché di un tracollo così veloce, visto che «certamente un peggioramento così grave non può essere avvenuto in poche settimane». Diversa la lettura data dal centrodestra alle parole di Moretti e Cipolletta. Secondo il senatore di Forza Italia Luigi Grillo i due amministratori di Fs «hanno accentuato gli aspetti critici finanziari per precostituirsi un facile alibi per le cose che non saranno in grado di fare».