Ferruccio Parazzoli «La vera vita di Milano? Scorre in metropolitana»

Ferruccio Parazzoli - uno scrittore la cui narrativa giunge dalla profondità dell'anima, come lo ha definito un critico - è giunto a Milano a quindici anni, nel 1950. Nato a Roma e trasferitosi con la famiglia dopo la guerra a Macerata, Parazzoli ha studiato al liceo Parini. «Frequentare il liceo più blasonato, arrivando dalla provincia, fu per me una sorta di scossa che però mi ha fatto capire come a Milano si vivesse diversamente e ci si dovesse impegnare. Vedevo la città come una grossa speranza, c'era un fermento di idee, di iniziative e lo notai soprattutto quando frequentai la Cattolica dove insegnava Mario Apollonio. In un mondo culturale vivo, entusiasmante, cominciai a frequentare l'ambiente letterario e conobbi Luciano Bianciardi, Raffaele Crovi, allora segretario di Vittorini alla Mondadori, Oreste del Buono, Riccardo Bacchelli, che m'invitava a cena a casa sua assieme a mia moglie, una persona intelligentissima, ironica, tagliente... E poi Guido Piovene, Eugenio Montale, Carlo Bo, con il suo mezzo sigaro in bocca, Mario Soldati e Gianni Brera coi quali trascorrevo notti intere nei ristoranti. Fra loro si svolgeva una gara a chi sceglieva le pietanze e il vino migliore. Vittorio Sereni mi aveva fatto entrare nel frattempo all'ufficio stampa del Saggiatore di Alberto Mondadori e successivamente passai alla Mondadori. La vita letteraria di Milano credo di averla vissuta tutta».
Il monndo editoriale di Milano era allora all'avanguardia...
«Un fatto rilevante. L'editoria rispecchia il profilo culturale di una città, il gusto, le tendenze del pubblico. Valentino Bompiani mi diede la gioia di pubblicare il mio romanzo, Il giro del mondo. Passammo un intero pomeriggio casa sua per parlare del libro bevendo whisky... Un vero signore. Tenga presente che a quel tempo ero uno sconosciuto, un impiegato della Mondadori. Ho conosciuto anche Arnoldo Mondadori, ma con lui non si poteva diventare amici. Troppo grande... Teneva una festa nella sua bellissima casa ogni volta che usciva un nuovo romanzo e alla fine faceva portare una grossa torta raffigurante la copertina».
Quali scrittori stranieri ha conosciuto a Milano?
«Julien Green, Hemingway e Faulker e Georges Simenon venuto a Milano per tenere una conferenza non su Maigret, che voleva tenere in ombra per il troppo successo, ma sui suoi romanzi poco conosciuti in Italia e che ora sta ripubblicando Adelphi. Considero Simenon un superbo narratore, nato per scrivere, ma non un grande scrittore nel senso che non ha mai affrontato problematiche esistenziali o religiose. Un uomo strano, introverso, poco loquace, pieno di fisime. Non voleva assolutamente vedere il colore verde, che si trattasse di una tovaglia o un bicchiere, persino l'insalata era bandita da tavola. A mio avviso soffriva di problemi patologici. Nella sua villa a Losanna si era fatto costruire una camera operatoria, non un'infermeria, perché aveva una terribile paura della malattia e della morte. Ho poi trascorso intere giornate con Jack Kerouac. Lo andai a prendere a Linate, ma era già distrutto dalla droga e dall'alcol. In albergo chiamai un medico. Non si reggeva in piedi. Camminava per la stanza e per il corridoio con i calzoni e le mutande abbassate gridando in spagnolo me mata!, (mi ammazza!). Si calmò soltanto quando giunse Fernanda Pivano. Fu come se avesse visto la mamma. Le mise la testa sul seno e rimasero abbracciati. Nanda ordinò dello champagne perché Kerouac si trovava in crisi di astinenza. A parte questi momenti era una persona gentile».
In alcuni suoi libri - L'evacuazione, Mm Rossa, Piazza bella Piazza - lei ha descritto il quartiere di piazzale Loreto dove vive, dimostrando di capire fino in fonfo Milano...
«Nutro un amore profondo, autentico per Milano. La trovo non solo bella - un'osservazione che potrà sembrare una bestemmia... - ma anche interessante. Girare per Milano è una continua sorpresa. Le strade non sono quelle di Roma, strade in cui ci si disperde. È la città più adatta per guardare la gente. La metropolitana, ad esempio è un punto meraviglioso di osservazione. Al buio si legge tutta la vita dei passeggeri: chi esce stanco dagli uffici, chi ha abortito, chi ha lasciato il marito, chi ha il padre malato... s'incontrano persone di ogni tipo. Corso Buenos Aires e viale Monza sono le mie strade, le percorro con amore».
In questa zona si è verificato un enorme mutamento...
«Sì, una volta erano pieno di meridionali, ora ci sono extracomunitari di ogni colore ed etnia, centroamericani, islamici e cinesi. Piazzale Loreto è poi la piazza dei misteri: nessuno vuol parlare del luogo dove fu impiccato Mussolini. Si fa finta d'ignorarlo. Credo di essere riuscito a individuarlo, grazie a riscontri fotografici. Si trova all'ingresso della metropolitana all'angolo di corso Buenos Aires. Un altro mistero è che sotto la piazza non c'è nulla. È stata scavata per la metropolitana, ma è rimasta vuota. Dai palazzi si scende per piani e piani di cantine e si trova il deserto. Certo nel quartiere girerà senz'altro droga e prostituzione, ma non ho mai avuto alcuna noia, mentre si scrive ogni giorno che sono luoghi invivibili».