La festa del Barcellona è il trionfo di Guardiola

Pedro spiana la strada ai catalani, inutile il pari di Marcelo: dopo due
anni i blaugrana di nuovo in finale. Negli ultimi minuti il tecnico
manda in campo anche Abidal, operato due mesi fa per un tumore al fegato

Il Barcellona è la prima finalista di Champions. E il por qué è molto semplice: i catalani sono più forti. Il verdetto del Camp Nou è inequivocabile. Gli altri chiacchierano, gli uomini di Guardiola parlano con i piedi.
Anzi, cantano. Una melodia soave, che forse solo alle orecchie di Mourinho suona come rumore. Il rumore dei nemici. Non era nemmeno sugli spalti lo Special One. Niente palco d’onore o posto in piccionaia, in mezzo alla curva delle merengues, come a metà pomeriggio si era vociferato.

Meglio starsene in hotel, almeno quando le cose non vanno si può sempre spegnere la tv.
Eppure il Real Madrid, liberato dalle catene della prudenza, inizia bene. Pressing altissimo, Cristiano Ronaldo ispirato. Dieci minuti, forse anche meno, di orgoglio blanco. Poi inizia lo show blaugrana. Fatto più che altro di possesso palla fino alla mezzora.
L’ultimo quarto d’ora del primo tempo del Barça è impressionante. Solo dal 33’ al 37’ si contano quattro limpide palle gol per i padroni di casa. Casillas è prodigioso su Villa e Messi. De Bleckeere mantiene viva la gara prima dell’intervallo graziando Ricardo Carvalho, che già ammonito abbatte Messi. La sensazione a metà gara è però che non ci sia storia. Anche perché il Real in 45 minuti non tira mai in porta.
Nella ripresa gli ospiti sembrano scuotersi e c’è lavoro anche per la difesa blaugrana.

Alla prima accelerazione però il Barcellona sfonda. È il 9’ quando Iniesta inventa, Pedro conclude e il Camp Nou esplode. Nulla può Casillas in disperata uscita. Il Real Madrid è a terra, gli olè del pubblico innervosiscono la squadra di Mourinho. Adebayor più che un’arma per creare scompiglio alla retroguardia catalana è un cacciatore di taglie. Come al Bernabeu, il gigante togolese la butta in rissa. L’arbitro, un po’ condizionato dalle polemiche del pre-partita, fa finta di non vedere.

Il bello del calcio, però, è che basta un episodio per riportare in vita chi già è clinicamente morto. Così al 19’, dopo dieci minuti d’ininterrotto torello del Barça, un lampo di Di Maria rianima le merengues. L’argentino è bravo a trovare un pertugio in area e a scaricare il sinistro: palo, ma sulla ribattuta è ancora l’ex ala del Benfica a recuperare palla e servire Marcelo per l’inatteso pareggio.
Il Barcellona non si spaventa, il gol del brasiliano serve soprattutto all’orgoglio madridista ferito. L’impresa di segnare due gol in 25 minuti a questo Barça è a oggi utopia. In compenso il Real ha il merito di non affondare. Anche perché Messi, dopo un primo tempo da Pulce, si prende 45 minuti di vacanza e non punge più.

Non che Cristiano Ronaldo dall’altra parte faccia molto meglio, irritato oltremisura dai mancati fischi di De Bleeckere. Il portoghese fallisce un’altra prova d’appello. Se si eccettua la rete con cui ha consegnato ai blancos la Coppa del Re, con il Real Madrid Ronaldo ha sempre marcato visita nelle sfide che contano.
La partita si trascina fino al 90’ senza grossi sussulti. Se non il ritorno in campo, applauditissimo di Abidal, il terzino francese del Barcellona operato per un tumore al fegato meno di due mesi fa. Vederlo in campo fa bene al cuore.

Il fischietto perdonista del direttore di gara sorvola su di un altro paio di calcioni «reali». Meglio così, alla fine. Stavolta nella capitale spagnola non si udiranno por qué. Ma solo lamenti per come è stata (non) giocata la gara d’andata. Perché se è vero che questo Barcellona mette paura, è indubbio che non c’è più vittima designata di quella che non prova nemmeno ad attaccare. Che serva di lezione. Anche a chi pensa di avere inventato il football.