Festa dell'Unità d'Italia: se costa troppo allora abolite anche il 25 aprile 

Provocazione agli industriali: visto che tenete così tanto alla produttività, declassiamo 25 aprile e primo maggio <br />

Se il governo non avesse procla­mato il 17 marzo come festa na­zionale per ricordare l’Unità d’Ita­lia, oggi sarebbe sommerso da in­sulti e attacchi da parte di media, opposizioni e sinistre sparse. Mi pareva già di sentirli: avete cedu­to ai ricatti della Lega, siete succu­bi dei secessionisti e dell’anti- Ita­lia, non avete alcun senso dello Stato e alcuna sensibilità naziona­le. Invece, alla fine, il governo ha deciso di proclamare la festa na­zionale dopo un faticoso negozia­to con la Lega.

E allora l’attacco si è capovolto: sulla scia di Emma Marcegaglia, certi commendato­ri del lavoro e certi commentatori del dopolavoro, svariati opposito­ri e perfino il presidente del comi­tato dei garanti dell’Unità d’Ita­lia, Giuliano Amato, si sono mes­si a inveire contro la perdita di una giornata di lavoro decretata dal governo per quella superflua cosa che è l’Italia unita e il suo compleanno. Vorrei ricordare che si tratta di una festa indetta solo per quest’anno, perché cadono i 150 anni dell’Unità. E vorrei ricordare che si tratta di un giorno su 250 lavorativi; ne perdiamo valanghe per scioperi, assenteismo, boicottaggi e disservizi di ogni tipo. Visto che ci tenete così tanto alla produttività e così poco alle festività civili, che dite se per recuperare ben due festività annuali, declassassimo dal prossimo anno il 25 aprile e il 1˚ maggio al rango di solennità civili, lasciandole come normali giornate lavorative o almeno ridotte?

A proposito, sapete che quest’anno le due feste suddette non peseranno sulla produttività perché coincidono rispettivamente con Pasquetta e una domenica? E allora di che vi lamentate, signora Emma e signori laboriosi, guadagnate due festività civili e ne perdete solo una... A Giuliano Amato poi dico: ma come, chiedi che un terzo degli italiani diano 30mila euro ciascuno alla Patria per sanare il bilancio statale e poi ti opponi che il Paese dia lo 0,40% della sua produttività per celebrare la sua unità? Non dite che le feste non servono a nulla. La vita dei popoli e delle persone ha bisogno anche di simboli, riti ed eventi per alimentare la loro autostima e la loro coesione. Impressiona vedere come si è sgonfiato il patriottismo della sinistra nostrana. Fino a ieri tambureggiava e sospirava nel nome della patria bella e perduta per mettere in difficoltà un governo con una Lega troppo grossa e padana. Ora, invece, li senti dire che abbiamo poco da festeggiare l’Italia, con la crisi che c’è e il malaffare, ma quale patria d’Egitto... Ho sentito fior di compagni passare dal patriottismo improbabile del giorno prima al padrinato incredibile della Confindustria il giorno dopo.

E invece, festeggiare l’Italia unita e la sua identità non è solo un valore storico e ideale, ma è anche un fatto civile con implicazioni pratiche. Pensate alla fuga all’estero di imprese, giovani, ricercatori, e alla minaccia di andarsene a Detroit della stessa Fiat. Pensate all’emigrazione mentale di molti italiani che si sentono per ragioni - a volte sacrosante a volte ignobili - sempre meno italiani. Pensate alla spaccatura razziale tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra terroni e padani, tra fannulloni ed evasori. Pensate all’Italia dei migliori e all’Italia dei peggiori sancita dal razzismo etico di Eco e compagni. Pensate a tutto questo.

Se non vogliamo sfasciare tutto è necessario ripartire dall’Unità d’Italia e ridare fiducia agli italiani e alla nostra identità di nazione e di popolo. In un memorabile articolo del ’69, Pasolini raccontò di aver sognato che l’Italia fosse un bambino. Quel bambino avvertiva di non essere amato e così decideva di uccidersi. Scriveva Pasolini: «Se un bambino sente che non è amato e desiderato - si sente “in più” - incoscientemente decide di ammalarsi e morire: e ciò accade». L’Italia è oggi un bambino malato perché si sente di troppo, avverte di non essere amata. Senza fiducia in se stesso un Paese è perduto. Non ha incentivi per creare, per produrre, per intraprendere, per inventare, per fondare, per mettersi insieme. Ma sfugge, ognuno si barrica nel suo egoismo e cerca di trarre profitto dallo sfascio, pensa solo a sopravvivere. Questo è un Paese sfiduciato, spompato, depresso, pieno di vecchi e scarso di bambini. Certo, fargli la festa a sorpresa per il suo compleanno non è la soluzione dei suoi malanni. Ma è un punto di partenza, un piccolo segnale di risveglio, un simbolo di rilancio per un’inversione di tendenza. È soprattutto un segno di attenzione di cui l’Italia ha bisogno per non compiacersi della sua malattia. Ripartiamo dall’Italia unita, come fa da oggi il Giornale ripercorrendo a fascicoli il cammino risorgimentale. L’Italia è un bambino malato che ha bisogno di sentirsi amato per amare a sua volta la vita, il futuro, i suoi padri, i suoi figli.