Una festa per dimenticare il dolore

La Ghriba, tradizionale ricorrenza ebraica celebrata a Djerba, è diventata sinonimo di tolleranza in Tunisia

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Djerba
Nel bianco accecante delle mura, appena stemperato dall’azzurro delle finestre, non è rimasto segno di quell’11 aprile di tre anni fa, e non c’è lapide a ricordare le 19 vittime del camion-bomba. L’attentato sembra lontano anni luce, come la minaccia del terrorismo del resto, se Perez Trabelsi, presidente della comunità ebraica di Djerba, risponde che quanto a rischio va tutto «très bien, meglio che a Parigi». Però, proprio all’altezza dove ci fu la strage, la strada è ora interrotta da un alto muro che protegge ogni lato del complesso religioso, con torrette presidiate sugli angoli, e tanto i turisti quanto i pellegrini devono passare al metal detector. Nel giorno più importante della festa della Ghriba poi, il governo ha dispiegato un servizio di sicurezza inappuntabile, seppur attento a non increspare la quiete abituale dell’isola e degli alberghi sul mare. Gli è che quest’anno giungeva non soltanto più gente del solito: oltre 4.000 pellegrini dal Nord Africa, dalla Francia e da Israele, anche un gruppetto di “tripolini” da Roma. Ma è sceso anche il rabbino capo di Parigi, i rappresentanti europei delle comunità, e il governo s’è fatto rappresentare ufficialmente da Tijani Haddad, titolare del Turismo, un ministero che in Tunisia ha gran peso.
Così una ricorrenza religiosa cara al mondo ebraico del Sud del Mediterraneo s’è caricata di implicazioni politiche. Dal 14 al 18 Iyyar, che quest’anno cadevano sul finire di maggio, da secoli i pellegrini vengono a pregare nella sinagoga che è vantata come la più antica al mondo, costruita addirittura nel 586 a.c. dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme operata da Nabucodonosor: ti indicano anche una pietra, proveniente dal tempio di Salomone, incastonata nel muro. Gli ebrei gerbini, - una comunità che oggi ne conta 1.300, con scuole e strutture - si dicono discendenti di quella prima diaspora. E son fieri di questo loro santuario, El Ghriba, la splendente, la solitaria, la straniera. Che è davvero bella e splendente, ad archi moreschi come le sinagoghe di Toledo, colorata e luminosa, col blu e l’oro dominanti sulle maioliche e negli smalti, un’esplosione andalusa riverberata dagli argenti per grazia ricevuta. Sul fondo c’è una stretta apertura che dà alla piccola grotta dove secondo la leggenda fu trovato il corpo della misteriosa fanciulla, la Ghriba appunto, che stringeva al petto i rotoli della Torah. In quella grotta, a ogni pellegrinaggio, le donne accendono una candela e lasciano un uovo con su scritto il nome di una giovane da maritare, di una madre che desidera un figlio, di una famiglia da benedire. Il calore delle fiammelle e l’umidità della grotta son tali da rassodare le uova in poche ore; e l’uovo sodo sarà portato al destinatario che dovrà mangiarlo, per veder esaudito il suo desiderio entro l’anno.
Nel giorno conclusivo della festa, il tripudio ha toccato l’acme. Una folla gioiosa e variopinta, vesti magrebine, parigine e italiane, i festoni alternanti bandierine tunisine all’immagine di Ben Ali che ondeggiano sui cortili della “casa del pellegrino” e intorno alla sinagoga, la Tevah portata in processione e soffocata dai foulard che rilanciano le offerte, candele e uova che straripano dalla grotta incerando ogni cosa, rosolar di grigliate e birra a fiumi. E poi all’arrivo del ministro, tutti i giovani con la kippah a ritmare «yahyà Ben Alì», ma sì, viva viva il presidente: non è proprio Trabelsi ad assicurare che da Israele qui non ricevono un dinaro mentre il governo tunisino aiuta la Ghriba e la comunità? Da Gerusalemme però, quest’anno è giunto un coro di bambini, ad allietare la festa. E in sinagoga gli ebrei gerbini si spellano le mani mentre il loro rabbino chiede al governo alberghi kasher e voli diretti con Israele, quasi piangono mentre il ministro Haddad ribadisce che la Tunisia «ha una storia plurimillenaria», è «un Paese aperto e tollerante», anche gli ebrei che sono emigrati - più di 180mila dal finir della guerra - «restano tunisini, attaccati a questa terra con amore e fedeltà».
Cose vere del resto, la Tunisia è l’unico Paese arabo che riconosce agli ebrei la doppia cittadinanza. Tra l’altro, il ministro degli Esteri israeliano, Silvan Shalom, è nato a Gabes, due passi da qui. I voli diretti Djerba-Tel Aviv poi, sono in cantiere per il prossimo anno; e pure il business degli alberghi kasher per turisti/pellegrini israeliani, americani ed europei, è già avviato. Non c’è dubbio, Ben Ali tiene a ricordare all’Occidente che il suo Paese è un baluardo contro il fanatismo, l’integralismo e il terrorismo, un’isola felice per imprenditori e turisti, dunque va sostenuto. E il 16 novembre, in occasione del Summit mondiale dell’informazione patrocinato dall’Onu, anche Ariel Sharon sarà a Tunisi.