La festa della donna? Aboliamola

Che tristezza la festa della donna. Una dovrebbe gioire se un signore alla cassa del bar ti sorride: prego, prima lei, oggi è la festa della donna. Ecco. Un giorno l’anno invece che lo spintone ti dicono prego, avanti, visto che è donna. È come la festa del Panda: ogni tanto qualcuno si ricorda che esiste anche questo animaletto carino, una specie così tenera che ha tanto bisogno di essere protetta. Un giorno l’anno, però, non esageriamo.
Tra le ricorrenze laiche che affollano il calendario, quella della donna è tra le più fastidiose. La vera festa della donna sarà quando non ci sarà più bisogno di una festa della donna. Ma come tutte le cose inutili, l’8 marzo rimarrà lì in eterno, perché tanto non dà noia a nessuno. Anzi, è l’occasione buona per politici di ogni rango e qualità. Un giorno l’anno possono farsi belli con il gentil sesso e riempirsi la bocca di parole molto politicamente corrette. Ieri hanno fatto a chi la sparava più grossa. Una gara scomposta a rivendicare l’imprescindibile impegno per le Pari Opportunità. Dall’ultimo consiglio di quartiere italiano fino alle Nazioni Unite passando per la Commissione Europea, un coro unanime per denunciare la condizione femminile, nei diritti civili e sul lavoro, e chiedere provvedimenti. E poi appelli ovunque per: a) difendere il ruolo delle donne; b) proporre una politica antidiscriminatoria sul lavoro; c) ribadire che le laureate sono più penalizzate degli uomini sul lavoro e guadagnano meno; d) denunciare che la lotta alla violenza sulle donne è una priorità; e) che servono più donne nella pubblica amministrazione; f) che servono direttive per regolare le carriere femminili. Potremmo arrivare fino alla lettera zeta ma per pietà dei lettori ci fermiamo qui.
E poi consegne di premi, onorificenze, elogi alle poliziotte ma anche alle detenute, proposte per innalzare a tre anni la maternità delle donne lavoratrici, istituzioni dell’ennesimo osservatorio sulla condizione femminile, manifesti per «l’unità trasversale delle donne». Sullo sfondo l’immancabile miraggio delle quote rosa, di leggi elettorali ad hoc. E il presidente Napolitano che visita Telefono Rosa, si appella ai padri perché cambino più pannolini, riconosce il ruolo delle Nonne (con la N) nella società e parla di «problema costituzionale e istituzionale sempre aperto».
Non lo ammetteranno mai, ma state certi che anche le vecchie femministe si sono stufate, perché sanno bene che tutte queste parole sono al vento e le battaglie non si combattono qui. Eppure l’8 marzo e il rito della mimosa non si toccano. Siamo costretti a vedere per le strade questi mazzolini striminziti, incellofanati e con il fiocchetto. Domani saranno appassiti e fra tre giorni i fiori da gialli diventeranno marroni, avvizziti e puzzolenti. La stessa fine faranno i buoni propositi e le grandi dichiarazioni.
Aboliamo la festa della donna, e per celebrarne il decesso per favore non fiori ma opere di bene.
Ps. Per chi fosse interessato a conoscere realmente la condizione della donna nel mondo si procuri il saggio appena edito da Cairo editore «Il libro nero della donna. Violenze, soprusi e diritti negati» a cura di Christine Ockrenty. Troverà di che non festeggiare.