La festa per il federalismo

Il pareggio di bilancio diventa un obbligo e finirà l’era in cui chi spreca viene premiato

È notizia di ieri l’approvazione del disegno di legge (ddl) Calderoli sul federalismo fiscale. Il testo del provvedimento - che potrà subire ovviamente modifiche nel corso del passaggio parlamentare - evidenzia una particolare attenzione alla gradualità dell’introduzione del federalismo (forse più di quella che ci si aspettava), alla necessità di non creare fenomeni di doppia imposizione (ossia evitare che più soggetti tassino lo stesso reddito), e al rispetto degli obblighi comunitari.
Sulla gradualità, contrariamente alle ipotesi circolate nelle scorse settimane, la bozza di provvedimento limita il potere delle Regioni di istituire tributi (propri o per gli altri enti locali) prevedendo tale possibilità soltanto per le basi imponibili non assoggettate a tassazione da parte dello Stato: poiché lo Stato già colpisce i redditi, la produzione e il consumo, è prevedibile che le Regioni mireranno alla istituzione di tributi sul patrimonio. Per Comuni e Province i nuovi tributi potranno vertere anche su basi imponibili già assoggettate a imposizione da tributi statali ma dovranno essere approvati con legge dello Stato. Sono limitazioni da accogliere positivamente in quanto tengono conto dell’assenza di una tradizione federale nel nostro Paese e rispondono quindi all’esigenza di garantire alle Regioni e agli altri enti locali il tempo necessario per adeguarsi al loro nuovo ruolo (si tenga peraltro anche conto del fatto che il ddl prevede un termine di due anni per la sua attuazione).
Il ddl considera anche il problema della doppia imposizione che potrebbe crearsi nel caso in cui più enti locali colpissero la stessa ricchezza. Per evitarla si prevede tra i criteri direttivi quello di territorialità: ad esempio, un tributo sul reddito non potrà essere prelevato sia dall’ente locale in cui l’attività viene esercitata sia dall’ente locale in cui il lavoratore è residente. In sostanza si mira a evitare il problema della doppia imposizione a livello statale utilizzando principi già collaudati a livello internazionale.
Infine il ddl richiama gli obblighi imposti dall’appartenenza all’Unione europea. Il richiamo è quanto mai opportuno anche in considerazione della sentenza che, proprio ieri, la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha pronunciato in tema di federalismo fiscale e aiuti di Stato. In tale sentenza (peraltro non la prima sul tema) i giudici comunitari, esaminando i particolari sconti fiscali concessi dai territori dei Paesi Baschi in Spagna, hanno ricordato che l’autonomia è possibile ma non deve essere finanziata dallo Stato. Questo significa che quando le Regioni istituiranno i loro tributi, se questi non saranno sufficienti a coprire il fabbisogno (perché ad esempio a livello locale si deciderà di tagliare le tasse) l’eventuale buco di bilancio derivante da questa scelta non potrà essere integrato, a fine anno, dallo Stato mediante il ricorso al fondo perequativo. Di tale aspetto si dovrà quindi tener debito conto nell’adozione dei meccanismi perequativi per evitare che in futuro eventuali incentivi fiscali introdotti da alcune Regioni siano «finanziati» dallo Stato e possano quindi subire le stesse censure da parte di Bruxelles. Le Regioni dovranno quindi assumersi la responsabilità non solo politica ma anche finanziaria delle scelte di politica fiscale che intenderanno perseguire e anche questo aspetto deve essere accolto con favore.
*Professore di diritto tributario all’Università cattolica
di Piacenza