«La festa è finita: lo vedremo con i bilanci 2007 delle banche»

I tesorieri: «Sul mercato interbancario si lavora in perdita. I conti si faranno a fine anno»

da Milano

Le banche italiane hanno pagato a caro prezzo il panico innescato dalla corsa agli sportelli di Londra. Difficile trovare un titolo bancario in Piazza Affari che abbia ceduto, nelle ultime due-tre sedute, meno del 2-3%. Scherzi del destino, perché il sistema italiano - lo ha detto il governatore Mario Draghi, e fonte più autorevole non ce n’è - non corre rischi di sorta.
Eppure sul mercato si verificano fatti incontrovertibili. «Gli scambi dei commercial paper e dei certificati di deposito a tre mesi - dice il tesoriere di una grande banca milanese - sono di fatto terminati dall’8 agosto. Gli istituti che devono rifinanziare i propri attivi possono solo operare su scadenza massima settimanale o direttamente con la Banca d’Italia». E per di più rischiano di operare in perdita, con il costo del finanziamento che si è alzato di 50-55 punti base a fronte della relativa stabilità dei tassi degli impieghi. «Manca la fiducia nella controparte, per le incertezze legate alla qualità degli attivi. E in queste condizioni diventa estremamente difficile lavorare senza la necessaria programmazione».
Il verdetto sulla salute delle banche arriverà con i bilanci di fine anno, attesi in contrazione. Mentre per le banche straniere qualche indicazione ci sarà già da oggi, con i conti trimestrali di Lehman Brothers e giovedì con quelli di Goldman Sachs. Probabilmente è ancora presto per vedere gli impatti della crisi. Ma per un banchiere d’affari esperto di debito, è già abbastanza chiaro quali saranno i settori in difficoltà: «Nei mercati delle cartolarizzazioni e delle cosiddette asset backed securities gli investitori hanno chiuso i rubinetti. Per non parlare dei finanziamenti a “leva”. Inoltre per molte operazioni di finanziamento che erano state chiuse in primavera arrivano ora richieste per ridiscutere i termini». L’impressione è che i bilanci dei 2007 segneranno una svolta, interrompendo il trend pluriennale che aveva abituato gli investitori a tassi di crescita degli utili dell’8-10%: la festa è finita. Quanto gravi saranno le conseguenze per l’economia reale, e fino a quando continuerà la stretta interbancaria sono le domande a cui nessuno sa rispondere. Anche se quasi tutti sono d’accordo su una questione: un calo dello 0,25 o 0,50% di oggi da parte della Fed non produrrà grandi effetti.
Tuttavia c’è qualcuno che vede il lato postivo della storia: «Cinque-sei anni fa, durante il caos Cirio-Parmalat, alle imprese che rifinanziavano il debito - dice un banchiere italiano che lavora a Londra - chiedevamo 350-400 punti base in più del tasso Euribor. Mentre all’inizio di quest’anno, ad aziende superindebitate (o a fondi di private equity), le banche d’affari offrivano capitali con spread ridotti fino a un quinto (80-100 punti base): un’esagerazione che subisce ora una sacrosanta e salutare correzione».