La festa del Gis «I nostri 30 anni di blitz e missioni»

nostro inviato a Livorno

Trent’anni d’adrenalina, festeggiarli e non sentirli. I carabinieri davvero speciali del Gis quest’oggi spegneranno le candeline a loro modo: volando dai tetti, maneggiando tritolo, sgattaiolando nell’ombra con le tute scure, i passamontagna neri, «silenziosi come la notte e veloci come la folgore». Simuleranno quelle incursioni che li hanno resi famosi nel mondo (dai blitz a Nassirya alla compartecipazione blitz per liberare gli ostaggi italiani sequestrati in Egitto) e ancor prima in Italia (dalla rivolta nel carcere di Trani del 1970 alle catture di boss della ’ndrangheta in Aspromonte). Oggi è il trentennale del reparto speciale migliore del mondo, così almeno dicono gli americani e l’unico Gis che ha il volto scoperto: il tenente colonnello Stefano De Montis, comandante del Corpo con il più alto numero di tentativi d’imitazione.
Colonnello De Montis, in due parole, cos’è il Gis?
«Una vera struttura d’élite, il fiore all’occhiello dell’Arma, una filosofia di vita. È composta da gente preparata, che vive in allerta 24 ore su 24, pronta all’imprevisto, capace di lanciarsi da un elicottero, giù da una macchina in corsa, a centrare bersagli impossibili, a schizzare in acqua su un gommone a 70 nodi. Un Gis impiega 5 anni a diventare operativo. Ma quando si toglie la tuta e smonta dal servizio diventa assolutamente normale, va a casa dalla famiglia, dalle fidanzate, dai figli...».
Uomini normali mica tanto...
«Siamo esseri umani completamente al servizio dello Stato, sin dai lontanissimi tempi in cui l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, per fronteggiare il terrorismo istituì le unità d’intervento speciale. Con gli anni abbiamo affinato le modalità operative, la tecnologia ha fatto il resto, ma è l’esperienza dei veterani ancora in famiglia, come «Mimmuzzu» e «Tango», il quid in più. È vero, siamo l’estrema ratio, lavoriamo in condizioni limite, rappresentiamo la soluzione finale a un complesso lavoro di gruppo espletato in tandem con i paracadutisti del Tuscania e i carabinieri tutti».
Cos’è la paura per un Gis?
«La paura rappresenta, per chiunque, un’emozione primordiale di difesa. Anche noi abbiamo paura, ci mancherebbe. Ma siamo allenati a dominarla e a fronteggiarla con il massimo della preparazione. Solo in un caso un Gis è disposto a mettere sul piatto della bilancia la propria pelle: quando non c’è altra soluzione per salvare quella di un ostaggio, ad esempio».
Episodi che ricorda con particolare piacere?
«Tantissimi, impossibile elencarli tutti anche perché la gran parte sono coperti dal segreto. Gli “anziani” ricordano il sequestro Dori Ghezzi, la liberazione di Patrizia Tacchella, le rivolte nei penitenziari. I più giovani vantano azioni incredibili su campi internazionali. Ci tengo a dire che anche quando sembrava impossibile, abbiamo sempre portato a segno l’operazione e la pelle a casa. Nessun caduto, mai».