La festa per l'ascensione diventa un'acclamazione

L'Assunta di Tiziano nella chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari fu commissionata da Padre Germano, priore del convento Francescano; ed è la più importante richiesta ricevuta dal pittore fino a quel momento, nel 1516. Quando viene compiuta e inaugurata, il 20 marzo 1518, Raffaello ancora è vivo. Per la pittura veneziana essa rappresenta una vera e propria rivoluzione. Se c'è un momento in cui Tiziano intende sfidare Raffaello e Michelangelo, questo è la prima maturità. Raffaello è al culmine della sua gloria; ma Tiziano a Venezia è il primo ed è solo. Proprio in quell'anno, 1516, è morto il suo grande e autorevole maestro, vecchio e vigile, titolare della tradizione e curioso del nuovo, capace di tenere testa ai suoi allievi più originali, Giovanni Bellini. Ed è morto anche il primo e il più romantico dei pittori veneziani: Giorgione. Fratello di spirito, d'amore e di invenzione di Tiziano. I due nouveaux philosophes hanno inventato il paesaggio moderno, rubandolo dai fondali di Bellini. Già la natura era stata protagonista assoluta in dipinti come San Francesco della collezione Frick di New York, l'Allegoria degli Uffizi, la Trasfigurazione di Capodimonte, il San Girolamo di Washington. Ma Giorgione e Tiziano erano andati più avanti, e Bellini li aveva lasciati fare con condiscendenza e un sentimento religioso della natura. L'interpretazione di Tiziano, nel Concerto campestre, nell'Amor sacro e Amor profano, e invece panica, mitologica. Ma è proprio sul campo del vecchio Bellini che Tiziano si cimenta con l'Assunta. La pala d'altare di soggetto religioso, dopo i capolavori di Bellini e Cima da Conegliano, era stata travisata da Giorgione nella pala di Castelfranco, di intelaiatura fragile, anche se così intimamente lirica da farla dimenticare. A correggere il tiro ci aveva pensato Lorenzo Lotto nella giovanilissima pala di Santa Cristina al Tiverone. Ma, dopo il capolavoro terminale di Bellini, San Giovanni Crisostomo, la partita sembrava chiusa. E invece, dimenticando Bellini, e guardando Raffaello, Tiziano, per la goticissima chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari, impagina un capolavoro fuori da ogni schema, i cui soli precedenti si possono individuare nelle Stanze Vaticane. L'impressione fu grandissima, e anche il turbamento. Non senza polemica, e certo ingiustamente, Ludovico Dolce scrisse: «I pittori goffi e lo sciocco volgo, che insino allora non avevano veduto altro che le cose morte e fredde di Giovanni Bellini, di Gentile e del Vivarino (...), le quali erano senza movimento e senza rilievo, dicevano della detta tavola un gran male». La pala è alta quasi sette metri e potenzia, nel suo slancio, la spinta verticale dell'abside gotica. Dalle grandi finestre arriva una luce celeste e dall'insieme sembra salire una musica.
Una festa, un'acclamazione. Come mai prima aveva avuto la Madonna assunta in cielo. Un cielo d'oro dipinto, non un fondo d'oro ma la luce di Dio che, donandosi, attende in alto al ritmo di una musica celeste. La Madonna, portata sulle nuvole da un coro di angeli, danza a quelle note. Nella parte inferiore, gli apostoli l'acclamano. Un nuovo calore e un nuovo fuoco animano la composizione. E il movimento degli apostoli sorpresi è un turbine che non si placa con la potenza di Michelangelo e la grazia di Raffaello. Ma nella sua natura la pittura di Tiziano ha un calore e una vita che non temono confronti. Quel colorire unito che era stato di Giotto, e poi sarà di Correggio, in Tiziano diventa carne e sangue, una sintesi tra «la grandezza e terribilità di Michelangelo, la piacevolezza e venustà di Raffaello e il colorito proprio della natura» come puntualizza il Dolce. La perfezione, un inno alla gioia, come il coro della nona sinfonia di Beethoven.