La Festa ricicla i film di Toronto e New York

Delle sedici pellicole che saranno presentate in concorso, otto sono reduci dal festival canadese e due da quello in corso nella Grande Mela

Michele Anselmi

da Roma

Naturalmente sarà un successo. Il patron della Festa romana, Goffredo Bettini, s'è detto «sicuro del programma e delle strutture», l'incognita riguarderebbe solo «i flussi di pubblico», nel senso che si teme troppa gente. Nel chiedere «un pizzico di generosità» ai critici, l'uomo dell'Auditorium ha anche ricordato che «la cultura non solo innalza l'animo delle persone, ma è anche un volano economico». Insomma, l'identità gramsciana-imprenditoriale delle imminenti «Veltroniadi» (copyright del Foglio) è chiara. Meno chiaro, a curiosare nella sezione competitiva, dove non appare neanche un americano, è il criterio col quale sono stati scelti i sedici titoli che saranno giudicati dalla giuria popolare pilotata da Ettore Scola. Intendiamoci: nessun festival, al suo esordio, può strappare per il concorso ventuno anteprime mondiali, come è riuscito quest'anno a Venezia; colpisce però che di quei sedici film ben otto siano già passati al festival di Toronto e due stiano per passare al festival di New York.
Non ci credete? Ecco l'elenco, grazie al sito Imdb. L'argentino Nacido y criado di Pablo Trapero: Toronto 8 settembre. Il francese Le voyage en Arménie di Robert Guédiguian: Toronto 8 settembre. Il francese Cages di Olivier Masset-Depasse: Toronto 9 settembre. Il turco Bes Vakit di Reha Erdem: Toronto 10 settembre. Il francese Mon colonel di Laurent Herbiet: Toronto 11 settembre. L'italiano La strada di Levi di Davide Ferrario: Toronto 12 settembre. L'inglese This is England di Shane Meadows: Toronto 12 settembre. L'iraniano Chand rooz ba'd di Niki Karimi: Toronto 13 settembre. Per quanto riguarda il cinese Wu Qingyan di Tian Zhuangzhuang e il franco-italo-russo Giardini in autunno di Otar Iosseliani, il festival di New York li presenterà l'uno domani, l'altro il 2 ottobre. Anche il danese Dopo il matrimonio di Susanne Bier, fuori concorso, ha avuto la sua anteprima a Toronto, al pari dell'americano, cattivissimo, Borat di Larry Charles, che rifulge tra gli eventi speciali.
Certo, lo statuto romano lo prevede. «Noi tuteliamo che siano vergini rispetto all'Europa, fatta salva l'uscita nei paesi d'origine. L'esposizione mediatica e commerciale di un altro continente francamente non ci preoccupa», scandisce Giorgio Gosetti, coordinatore generale della Festa. Che aggiunge: «Una regola più restrittiva sarebbe stata contraria allo spirito con cui abbiamo montato il progetto. Fa bene la Mostra a blindare il più possibile i suoi film. La nostra proposta concettuale è diversa: i festival si fanno per essere utili ai film e agli autori». Insomma, il problema non esiste. Tanto che anche l'atteso The boss of it all di Lars von Trier, benché inserito nel menù di San Sebastiano, avrebbe potuto trovare posto alla Festa. «No, non si poteva, ma ci dispiace avervi dovuto rinunciare», ammette Gosetti.
Tuttavia, nell'ambiente cinematografaro c'è chi ha già ribattezzato la Festa «Toronto a Roma». Una cattiveria. Però basta scorrere il sito ufficiale, alla voce Comitato di Fondazione, per accorgersi che tra i membri figura Piers Handling, attuale presidente del festival di Toronto, nonché animatore di fervidi scambi cine-culturali tra Italia e Canada. Nel Comitato, in verità, c'è anche Davide Croff, presidente della Biennale, l'altro giorno applaudito come amico e alleato prezioso nel quadro di una strategia della «riappacificazione» che sembra aver già dimenticato le asprezze di un mese fa (Marco Müller, in risposta a una sgarbo mediatico, parlò di una Festa fatta con «gli scarti» veneziani e ne sortì un putiferio).
Poi certo, essendo la Festa del cinema il punto d'approdo di un'ambiziosa operazione veltroniana che mira ad attrezzare una nuova egemonia culturale e politica, non saranno simili quisquilie a rovinare, appunto, la festa. Anche se, a sinistra, Liberazione liquida la kermesse romana con un titolo stroncatorio che recita: «Molti soldi, poche idee».
Mentre il critico dell'Unità, Alberto Crespi, dissociandosi dal coro di elogi sperticati, si chiede: «Ormai ci sono più festival che film, forse la soluzione migliore, per il futuro, è proprio fare una Festa, punto e stop. Senza premi, senza concorsi».